Invito alla lettura: il Marxismo e la questione ebraica

Nell'epoca del decadimento cognitivo del pensiero politico, in cui idealismo e pensiero magico dominano il campo della riflessione politica è opportuno rifondare costantemente le nostre convinzioni ed i nostri assunti su basi coerenti, stabili e, quanto più possibile, scientifiche. D'una scienza non sterile, sociale, che non abdichi dalla funzione superiore di dare forma alle intuizioni sul legame tra ideologie, gruppi, etnia, religioni, pulsioni economiche, ecc.

In tal senso un'opera “Il marxismo e la questione ebraica” di Abram Leon sarebbe meritevole d'essere riscoperta e studiata, perchè fonte di intuizioni ficcanti che non è facile dismettere.

La questione della alterità ebraica, cioè del fatto sociale lapalissiano che gli ebrei, lungi dall'avere semplicemente caratteristiche diverse come ciascun popolo, possiedano peculiarità assolute problematiche, è stata una delle questioni in cui l'idealismo, di destra e sinistra, ha mietuto più vittime. Esso ha, talvolta consapevolmente, incastrato il ragionamento in un empasse metodologico: si è partiti dalla alterità assoluta della “nazione ebraica” (un dato inspiegabile ed, infatti, inspiegato) per dimostrare retrspettivamente i caratteri storici della esperienza ebraica nei suoi caposaldi: attitudine al cosmpolitismo, capacità nel ricoprire determinate funzioni sociali, fino a spiegare attraverso una vera e propria astrazione (la volontà invincibile del popolo ebraico) la sua non-assimilazione e, quindi, l'antisemitismo di cui è stato oggetto.

Questo modo di ragionare, dice Leon, è un esatto capovolgimento della realtà: è piuttosto la condizione storica degli ebrei a formarne lo “spirito”, a delimitarli come “Classe-Nazione”. Nessuna alterità si da nella Storia come dato, ma ogni alterità si costituisce nei secoli e millenni: non è, riassumendo, l'incrollabile volontà ebraica ad aver reso gli ebrei ciò che sono, quanto piuttosto la realtà storica della comunità ebraica ad aver formato lo “spirito” ebraico nelle sue diverse varianti.

In tal senso la rifondazione sociologica che oppone Leon all'idealismo antropologico è cristallina: bisogna studiare la storia degli ebrei per come si è data, in purezza, senza proiettare sull'oggetto dello studio ansie analitiche. Da questo e su questo studio, afferma Leon, sarà quindi possibile edificare una “teoria sociale” e comprendere bene se, come e quando la conformazione socio-culturale ebraica si è saldata con la funzione di commercianti, esattori, artigiani al minuto e usurai che le comunità ebraiche hanno di sovente ricoperto, definendole per ciò che, ancor oggi, complessivamente sono.

L'opera di Leon si snoda quindi in molteplici direzioni. Si demoliscono alcuni miti idealistici, come la centralità del 70 d.C nella costruzione di una cultura cosmopolita ebraica, si riafferma la naturalità del ruolo dell'Ebreo nella società feudale e si illustra come proprio la fine del feudalesimo e quindi la fine del “compromesso giudaico” invalso nel Medioevo abbia reso il giudaismo una composita unione di comunità sradicate da qualsiasi funzione sociale stabile, veramente peregrini non solo in un continente ma anche in una struttura produttiva.

L'opera di Leon non è esente da fallacie ed è, anzi, metolodogicamente insicura, in quanto riposa su alcune suggestioni storiche semplicemente non vere. Questo invito alla sua lettura non sta tanto nel contenuto (che tuttavia il soggetto pensante “forte” troverà di sicuro stimolante), ma nell'appropriazione cosciente di un metodo, di un modo e di una modalità di riflessione strutturata e sulla assoluta urgenza di rifondare una riflessione su temi sociostorici su basi nuove, forti e razionali.

 

 

 


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