Reborn Dolls: ennesima liquidità?

«Il mondo pieno di possibilità è come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca, troppe perché anche il più agguerrito dei buongustai possa sperare di assaggiarle tutte. (…) L’infelicità dei consumatori nasce da un eccesso non dalla penuria, di scelte»[1]

Che cos’è il possibile? Come agisce su di noi la sua esperienza? Sono molti gli esempi che potrebbero contribuire a risposte efficaci: ogni battaglia in difesa della vita, dell’integrità, della libertà e della dignità dell’individuo interpella ciascuno di noi su che tipo d’identità presentare dinanzi alla novità.

Di recente si è tornato a scrivere delle ormai note “Reborn Dolls”, nate negli USA a inizio anni ’80 a discrezioni di collezionisti e cultori, ormai diffusissime: neonati-bambole, dalle fattezze inquietanti eppure realistiche, convincenti, oltre che ordinabili secondo preferenze; usate o fresche di confezionamento, rivendibili secondo schemi di consuetudinaria compravendita; kit in consegna a domicilio contenente testa, braccia, gambe, capelli, vestitini, ecc. Bambini prodotti, figli fittizi, battito cardiaco fittizio, sostituti credibili e genitorialità costruita con “reborn pregnant”, test di gravidanza che donne eseguono scenicamente, funerali a oggetti senz’anima. 

Le testimonianze ormai sono numerosissime, anche grazie ai gruppi nati sul web, nei quali astratti genitori di bambole entrano fra loro in contatto per avere consigli, indicazioni o raccontare la loro vita da non-genitori: vi sono immaginarie madri che sconvolgono baby sitter ingaggiate e pagate per le loro bambole, le quali vengono assunte per addormentarle, cambiare pannolini, andare al parco, alle visite pediatriche (dalle quali raccontano essere solite fuggire) e quanto di più piacevole questo tipo di possibili è in grado di conferire in ottemperanza al caro prezzo d’acquisto.

Alcuni assimilano il grado di complessità dell’attaccamento al prototipo fabbricato dell’immaginario personale o familiare, alla decostruzione dell’essere umano in oggetto e non protagonista-soggetto, oramai in auge con i sex-robot ( di cui si parlerà nel prossimo articolo), umanoidi in grado di entrare in contatto empaticamente con il cliente: un caso come prototipo di maternità, suscettibile al bisogno/desiderio ego-centrato; l’altro prototipo di sessualità, accuratamente ridotta a solo erotismo unidirezionale.

“Qual è l’effetto che un simile possibile ha su di noi?”: è questa l’origine, il punto di partenza dell’insoddisfazione? No, iniziare a concepire l’identità del possibile significa ritornare a volersi definire: una caccia al tesoro verso la nostra natura, senza ipotizzare di prescindere da essa. Il buffet non esaurisce mai le pietanze e noi, per adattarci, abbiamo fatto in modo di eliminare la sazietà. Reborn Dolls è un fenomeno -fra i tanti- paradossale certo, ma normalmente anormale, serve qui per ricondurci a “L’eco della solidità”[2], a quella volontà di credere che vi sia un eccesso definibile, l’ultima esplicitazione che l’antropologia liquida non riesce a distogliere dalla pesantezza, la stessa che chiede: quanto è troppo? 

Siamo affaticati dall’incombenza di dover assolvere ad ogni desiderio sotto forma di possesso, sicché per non privarci della libertà di trattenere e accumulare, perdiamo e lasciamo andare tutto quello che teneva ancorate a sé bellezza e bene. In tal senso “fluida” è l’identità che abbiamo smesso di riconoscere pur restando all’interno di un recinto altissimo: il benessere, il poter avere del possesso determinato. Tutto questo è la Tana, l’area entro la quale esseri liberi diviene sinonimo multiuso di minimizzazione del criterio: la fermezza della norma, giusto e sbagliato, cede il passo ad un discernimento sul nulla, poiché è senza la definizione che ogni possibile diviene lecito.

Per quanto un simile fenomeno sembri evidentemente folle, patologico, non sono rare le voci a favore di un impiego terapeutico delle bambole come cura per malattie neurologiche degenerative attraverso la stimolazione di emozioni positive, ma se consideriamo, ad esempio, il caso di madri che, oppresse dal lutto del figlio biologico e reale, pagano un simbolo di quel figlio, un clone umanoide (baby-robot giapponesi) o sintetico, non è forse la lettura di una solitudine che dentro di sé ha fatto terra bruciata di ciò che l’umanità le ha concesso di rendere sufficiente a se stessa? Scavare all’ombra dell’assurdo rivela i tratti dell’assenza e, per contrasto, la fisionomia della presenza. L’urto con il reale inevitabile, quale uomo farà cadere?

Cosa guardiamo quando parliamo della bellezza? Come agisce su di noi la sua esperienza? Non la risposta, porsi questa domanda sarà il segnale tanto atteso che siamo salvi dal labirinto della Tana, della nostra stessa Tana, la nostra casa.

 

[1] Z., BAUMAN, Modernità liquida, Editori Laterza, Bari 2011

[2] G. BOVASSI., L’eco della solidità. La nostalgia del richiamo fra antropologia liquida e postumanesimo, IF PRESS, Roma 2017

 


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