Scuola di Pensiero Forte [6]: la cultura è politica e la politica è cultura

Proseguendo il nostro itinerario formativo, dobbiamo soffermarci un attimo a considerare come mai la cultura è essenzialmente politica, parallelamente al fatto che la politica è cultura.

Come abbiamo constatato, l’uomo realizza il suo fine anche attraverso la produzione di un qualcosa che è esplicitazione del suo essere. La natura umana della cultura ne è l’autrice e la cultura è verso di essa performante. L’agire umano tende al perfezionamento di sé, con una tensione continua al fine cui è predisposto.

Essendo la politica , come accennato, il “prendersi cura del bene comune”, ne consegue che essa è azione eccellente dell’ uomo, tendente a realizzare il bene nella misura più diffusa e ad amministrarlo affinché esso si conservi e perfezioni anche altri. Ma se la cultura è di per se stessa il “serbatoio” cui l’uomo attinge l’utile per il suo perfezionamento, se ne deduce quindi che la politica è cultura; meglio ancora, la politica è, in quanto non solo mera condizione umana ma altresì azione, una attuazione concreta della cultura. Di più, aggiungiamo che la politica fonda le sue istanze nel sistema culturale che trova; la cultura stessa viene modellata e gestita dalla politica, che come agire umano può determinarla profondamente.

Una cultura che non sia politica, è zoppa; una politica che non sia culturalmente innestata, è cieca.

Perché è necessario tenere presenti questi concetti? Molto molto semplice: il pensiero debole ha metodicamente – e non a caso – smantellato la correlazione proficua fra cultura e politica. Da un lato, la cultura è diventata un mero concetto materiale, strumentalizzato alla dinamica sistemica della società e non più  fondata teleologicamente (ovvero indirizzata al fine dell’uomo), mentre dall’altro ha ridotto la politica ad un insieme di formule cripto-economiche e finanziarie, quasi fossero un sapere esoterico estraneo alla vita di tutti, appannaggio di pochi eletti, sganciando la persona da un elemento determinante per la sua realizzazione, il tutto a seguito dell’intromissione di alcune forme di pensiero e di agire sociale, che studieremo in seguito.

Ecco perché oggi non sappiamo più cosa è la politica, né ne abbiamo interesse: essa è un “fare qualcosa” o addirittura una specie di “status quo” per il quale tutto è lecito fuorché fare il bene di tutti e portare la felicità dell’uomo. Niente di più mefistofelico ed errato.

Occorre ribaltare la situazione. “Il futuro sta nella tradizione” recita un sapiente adagio. Riprendiamo in mano ciò che ci è stato trasmesso e, nella sua nobile purezza, facciamo sì che la forza della verità torni alla guida!


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Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

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La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

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