Globalizzazione: il mercato

L’economia cosmopolitica è oggi la grande giungla in cui il monopolio interno delle risorse e della ricchezza si esprime all’esterno in un espansionismo apparentemente senza limiti che crea una rigida gerarchia tra i pochissimi che possiedono possiederanno sempre di più e le grandi masse che hanno e avranno sempre meno.

In un mercato saturo e con risorse scarse e per di più in via d’esaurimento, infatti, se qualcuno aumenta le proprie risorse deve necessariamente toglierle a qualcun altro, cosicché l’odierna divaricazione non è più tra borghesia e proletariato, ma tra élite e popolo, il quale, se difende i suoi residui diritti, viene accusato di populismo, al fine di privarlo della possibilità stessa di esprimere il proprio disagio e le proprie rivendicazioni. Inoltre, mentre le elite hanno modo di pagare una classe cosiddetta dirigente e sostenerla nella comoda mangiatoia del parlamento, il popolo sta trovando solo adesso delle forze politiche che si propongono di offrirgli rappresentanza politica, senza peraltro avere la garanzia che una volta eventualmente arrivate negli istituti di rappresentanza queste forze non finiscano per essere assorbite dal sistema creato e sostenuto dalle elite al fine di difendere e potenziare i propri interessi.

Del resto, già nel 1841, un economista non banale come il tedesco Friedrich List scriveva che il potenziamento del monopolio commerciale britannico nel mondo avrebbe presto comportato un’industrializzazione gigantesca e selvaggia in cui la necessità di allocare capitali avrebbe deciso la politica, riducendola a mera amministrazione, condizionata inevitabilmente dalle grandi concentrazioni finanziarie.

Quanto alle masse, queste dovevano altrettanto inevitabilmente diventare solo i terminali delle decisioni prese dall’alto e per questo andavano tenute all’oscuro in merito agli effettivi meccanismi del potere. Dal vecchio mercato nella piazza del paese dove si vendevano beni reali siamo passati all’attuale mercato globale del denaro. Piazza Affari è un luogo esoterico in cui si decidono le sorti collettive e il cui bollettino scandisce tristemente la vita degli uomini, come un tempo le ore battute dagli orologi delle torri comunali.

I mercanti di denaro non hanno bisogni di beni reali né di città; anzi, questi sono d’ostacolo al rapido scambio telematico di capitali.


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Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

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La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

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