Ars et labor

[In foto: Mario Sironi, L’Italia corporativa, mosaico, 1936, Milano, Palazzo dell’Informazione ]

L’Italia corporativa sono 96 mq. di tessere, un omaggio all’antica tradizione dell’arte musiva con radici profonde nella Roma imperiale e trasmessa all’iconografia paleocristiana e ravennate. Il soggetto di Sironi non è sacro bensì civile, rientra a pieno nelle tesi del suo manifesto della pittura murale del ‘33: “La pittura murale è pittura sociale per eccellenza. Essa opera sull’immaginazione popolare […]”.

L’Italia è al centro dell’opera, seduta, ha braccia michelangiolesche, circondata dalle icone dei valori forti della nostra tradizione: la famiglia, il lavoro, il governo e l’impero. L’opera fu presentata all’Expo di Parigi del ’37 guarda caso in contraltare con la Guernica di Picasso, un chiaro messaggio sullo spirito unitario della rivoluzione corporativa in materia di lavoro, nel solco della Carta del ’27 diventata operativa nel ’34. Pochi ricordano che l’idea corporativa era teorizzata dalla stessa Chiesa a partire dall’enciclica “Rerum novarum “di Leone XIII, ripresa e approfondita dalla “Quadragesimo anno “di Pio XI nel ’31.

Il lavoro non era più la damnatio adamitica del peccato ma lo strumento più alto della manifestazione dello spirito umano, capace, col suo operare, di costruire il progresso sociale oltre che individuale. La terza via, sincretismo tra lavoro e capitale, restò incompiuta in Italia per ragioni diciamo di “timidezza” nella volontà di percorrerla fino in fondo. Ma la nuova religione del lavoro era ormai proclamata, tanto che la nostra Costituzione la pose a fondamento della Repubblica, unico caso nel mondo.

Sepolto il corporativismo cattolico-fascista, il Paese si volse indietro, si tornò alla lotta tra borghesia imprenditoriale e classe operaia, testimoniata dal cinema del Neorealismo fino al cult “La classe operaia va in Paradiso “di Elio Petri ed eravamo nel 1971. L’anno seguente Renato Guttuso dipingeva “I funerali di Togliatti “un retorico omaggio al “migliore “a otto anni dalla sua morte. È un tripudio di bandiere rosse issate come vele dell’Internazionale tra una folla in bianco e nero, anonima, perché c’è il prevalere dell’idea di massa a prescindere dal singolo individuo, umile cellula di un partito guida verso l’agognata rivoluzione socialista.

L’Italia è sparita, sullo sfondo compare l’arena dell’Anfiteatro Flavio e un rettangolo di cielo giallorosso, i funerali erano a Roma. Pugni chiusi levati a salutare la salma incorniciata da fiori, dirigenti di partito, morti (es. Gramsci) e vivi, seguono il feretro, c’è il pathos dell’arte popolare. lo stesso dei muralisti messicani, un’arte militante non dissimile, apparentemente, da quella di Sironi.

Certo, senza storcere il naso, il grande sardo, fascista del primo giorno da quel 23 marzo del ‘19 a piazza S. Sepolcro, cantava la rivoluzione di un popolo non di una classe, inseguendo il sogno di un’Italia non più serva, ma coesa Regina di una nuova organizzazione dello Stato, partendo dal lavoro, unico petrolio della nostra comunità. L’artista di Bagheria, protetto a suo tempo da Giuseppe Bottai, era rimasto nel guado tra l’assalto alla diligenza borghese e il suo fascino aristocratico, il dubbio nel compagno Guttuso divenne un tarlo dalla Budapest del ’56.

Oggi il fascino di un’arte del lavoro è filtrata dai murales, ma è una riflessione sovente minimalista, mancano anima e poesia, mentre gli studi d’artista sono tornati ad essere cattedrali per la stanca liturgia dell’ego, assai comoda per i mercati.

[In foto: Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972 ]


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Editoriale

 

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