La frustrazione dell'uomo binario

Leggere Vittorino Andreoli è sempre una stimolante avventura intellettuale. Lo psichiatra veronese è un testimone importante del nostro tempo. Un suo recente intervento si è focalizzato sull’uomo contemporaneo che non ragiona più ed è schiavo della frustrazione.

L’uomo postmoderno vive a imitazione della macchina, il suo ragionamento si fa binario, stimolo e risposta immediata, sì o no, giusto o sbagliato. Tutto è cotto e mangiato immediatamente, evapora il tempo dell’attesa, che è anche quello della speranza, del sogno, del progetto.

L’abolizione dell’attesa è un delitto contro l’uomo perpetrato dai meccanismi del mercato. Essi alimentano il desiderio per spostarlo continuamente, dirottarlo su nuovi bisogni indotti da sostituire rapidamente. Ciò genera la frustrazione, una componente dell’eclissi del sacro, poiché dentro l’attesa sta il mistero, il quale a sua volta, ci dice Andreoli, è la percezione del sacro. Un concetto difficile, impalpabile, non acquistabile con carta di credito, legato alla dimensione spirituale dell’esistenza. Non c’è dubbio che l’homo consumens postmoderno, così come non sopporta l’attesa, che produce ansia e straniamento, ha orrore del mistero, in quanto non lo può controllare, misurare, gestire, né valutare in termini di pensiero binario, stimolo, azione e obbligo di retroazione immediata. E’ altamente sconsigliato soffermarsi, prendere fiato, meditare.

L’assenza di meditazione è certamente una delle caratteristiche della contemporaneità, insieme con l’agonia della filosofia, cioè del pensiero critico. Manca il tempo, occorre muoversi, fare senza agire.

Si va anche oltre l’alienazione, la fuoruscita da se stessi che all’alba della modernità occupò pensatori come Rousseau, Hegel, Marx, e adesso sembra divenuta il codice essenziale del tempo: lavoro, vado in vacanza, parto per il week end, corro al centro commerciale, sono connesso alla rete, faccio sesso. Sempre l’uomo binario, stimolo, risposta, ansia da prestazione, frustrazione.

La frustrazione è l’insoddisfazione perenne per lo scarto tra desiderio e realtà. Tutti aspirano a un ruolo da protagonisti, ciascuno si convince di essere vittima di un’ingiusta collocazione nella scala sociale: sono in basso non per demerito o incapacità, ma in quanto vittima di ingiustizia. E’ il mito del successo, da misurare in denaro ed eventualmente dal numero di amici su Facebook o di “mi piace” in calce alle frasi affidate alle reti sociali. Pretendiamo un ruolo, ma rifiutiamo il rango, ossia la posizione rivestita in una gerarchia di valori, poiché significherebbe accettare il giudizio di merito.

Sarebbe un’ulteriore insopportabile frustrazione, eppure molti si sottopongono quotidianamente alla fatica di Sisifo, giacché il desiderio eterodiretto e compulsivo che li possiede non giunge a mai a compimento, risolvendosi per un verso nella delusione per la non conformità alle speranze, dall’altra nella necessità di ricominciare, con aspettative rinnovate frustrate al giro successivo. Alienazione più frustrazione per un mondo che ci impone la negazione ideologica delle differenze, ma contemporaneamente chiede a ciascuno di essere speciali, unici, irripetibili.

Un’ulteriore schizofrenia che alcuni vivono nella bizzarria più estrema, altri nella costruzione o negazione fisica di se stessi (abbigliamento, tatuaggi, colore innaturale di capelli, cura maniacale del corpo per “mantenersi giovani”, adesso le false identità in rete), molti nella ricerca compulsiva di prodotti, condotte, gesti che ci rendano unici eppure identici.

Un eccesso di orgoglio che ci pare un effetto collaterale di un’altra frustrazione contemporanea: il fastidio di essere creature anziché creatori. In più, la convinzione di essere prodotti del Caso, una specie che si è evoluta più in fretta delle altre, ma che altro non è se non un fascio di processi chimici. E’ una frustrazione terribile considerarsi il prodotto di reazioni chimiche combinate a leggi fisiche: il materialismo più spaventoso, gelido e incapacitante della storia umana unito a mezzi potentissimi trasformati in fini.

Vittorino Andreoli, psicoterapeuta con esperienza dell’uomo concreto, accusa il Caso, ovvero la materia fattasi Dio, sino a concludere con una frase che offriamo alla riflessione di ognuno: se devo scegliere di inginocchiarmi, lo faccio davanti a Dio, non davanti al Caso. Una prospettiva intollerabile per l’uomo di oggi: inginocchiarsi, lui così potente, capace di scoprire e sfruttare le forze della natura, in grado di piegarle al suo volere! E poi, davanti a Dio, un’ipotesi antiquata non più presa in considerazione dal tempo dei Lumi. Troppa luce fa male all’uomo frustrato e binario… 


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