Un incontro casuale

Un incontro casuale. Forse. Un incontro straordinario. Certo. Un incontro voluto dal destino su uomini idee eventi. Metafisica. Nell’aprile 1871, su una diligenza che oltrepassava la sommità del Gottardo, si incontrarono Giuseppe Mazzini, prossimo al tramonto, e il giovane non ancora trentenne, Federico Nietzsche, che avrebbe incendiato il pensiero filosofico del tempo a venire. (Fra i tanti rimandi possibili, la copertina a cura di Marco di Inquieto Novecento, scritto con l’amico Rodolfo Sideri nel 2004 a simboleggiare il senso tragico e grandioso del secolo trascorso). Per dare breve riposo ai cavalli fu concesso ai viaggiatori di scendere e ammirare il panorama. Il vecchio indicò al giovane sconosciuto come, al di là dei monti, si estendesse l’Italia, ancora Penisola incompiuta e, oso dire, ancora. (Su questo incontro vi sono diverse versioni, tutte però concordi nel rilevarne il valore ‘profetico’). E ci rimane quanto, anni dopo, Nietzsche a Malwida von Meysenbug, che gli raccontava dei moti del 1848 in Italia, ebbe a dire: ‘L’uomo che venero di più è Mazzini’. Di quell’incontro rimangono altresì dei versi di Goethe che il Mazzini propose a Nietzsche: ‘Sich des halben zu entwohnen und in Ganzen, Vollen, Schoenen, resolut zu Leben’ (Liberati dal compromesso e vivi risolutamente ciò che è completo, pieno e bello).                   

Una annotazione: l’Apostolo della Libertà fu anche valente suonatore di chitarra e autore di un saggio sul valore pedagogico della musica; il padre di Zarathustra ci educò a prendere la vita a passo lieve di danza secondo quanto aveva già proposto il dio Dioniso. Così il caso sembra doversi sottomettere alla forza del destino ove le assonanze si rendono in affinità…                                                                                                 

Pochi mesi dopo il loro incontro Mazzini, proscritto senza perdono dalla monarchia sabauda, sotto falsa identità rientrerà in Italia per vivere gli ultimi momenti di una esistenza, nonostante tutto spesa bene (chiedo venia agli ‘amici’ complottisti). Al medico che l’assisteva sorpreso di come quello straniero – aveva, infatti, assunto nome inglese – parlasse tanto correttamente la sua lingua, rispose: ‘Vedete, nessuno ha mai amato l’Italia quanto me’. Si può di certo non condividere (provengo da famiglia d’origine piemontese e mio nonno era nato e cresciuto all’interno di Palazzo Carignano, a Torino, mio padre preservava sentimenti monarchici) ‘pensiero e azione’ del mazzinianesimo – da storico, il Risorgimento seguirà altro percorso -, ma la fiamma che arse in tanti giovani menti e cuori, il loro generoso sacrificio, rimane un lascito testamentario soprattutto oggi che, in tempi così odiosi e piccini, la parola ‘identità’ tremula e giace poca brace e molta cenere. I ‘soloni’ del corretto nulla ci invitano a farne a meno, diffidare, dispregiarne il senso.                                          

E il giovane Nietzsche, preso a disvelare il mistero della tragedia tra Apollo e Dioniso, ne ha fatta di strada ben oltre la follia – abbracciare un ronzino -, forse troppa – da solitario viandante lungo il lago di Selvapiana fra i boschi dell’Alta Engadina a gingillo di vuote mode ‘dove Nietzsche e Marx si davano la mano’ -. Rimanendo comunque l’ospite inquietante, l’ombra solenne del Novecento e d’ogni tempo a venire…

 

Immagine: https://lanostrastoria.ch/


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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