Arrangiamento sincopato

Se riprendiamo in mano I Proscritti di Ernst von Salomon – e ne vale la pena se non altro per far riemergere le tante vissute tentazioni giovanili (di recente Rodolfo mi ha regalato Soldati perduti, un breve saggio scritto su richiesta di Ernst Juenger) – troviamo pagine di forte impatto descrittivo ove emerge l’ostilità del proletariato berlinese verso i movimenti d’ispirazione nazionale. Rote Wedding, ad esempio, si chiamava uno dei quartieri alla periferia della capitale – vi ho dormito un paio di notti -, ora alle bandiere rosse c’è un brulicare di asiatici.

 Del resto cosmopolita e ospitale d’ogni eretica novità, è poco amata dal resto dei tedeschi che l’avvertono ‘estranea’. Ma essendo la capitale, per sette lunghi anni, giorno dopo giorno, si mosse crebbe vinse il Partito Nazionalsocialista, guidato da Joseph Goebbels, che ce ne dà puntigliosa descrizione ne La battaglia di Berlino. Partendo dall’assunto che – lo dichiara il futuro Ministro della Propaganda – chi fa sua la piazza dominerà il cuore stesso dello stato. E fu impresa epica.

A metà degli anni ’20, Hitler e il Partito erano un fenomeno fortemente bavarese – a Monaco era fallito il putsch novembre ’23 – e, un po’come in Italia con la spocchia verso i meridionali, li si guardava con la diffidenza e l’ironia del cittadino nei confronti dei ‘provinciali’… Quell’essere pochi a volere, comunque e nonostante tutto, andare oltre la miseria del presente perché i grandi sogni si vivono ad occhi aperti (lo ricordava Lawrence d’Arabia) e in strada (lo ricordava Céline). E darsi un mito e un canto. Horst Wessel, giovane militante della SA, la mattina del 14 gennaio 1930, una cellula del Fronte Rosso riuscì a farsi aprire la porta di casa e gli sparò contro mentre egli era ancora a letto. Uno dei 170 caduti della rivoluzione nazionalsocialista – l’impegno e il sacrificio quotidiano divengono lavacro purificatore e tappe del percorso di formazione per le generazioni future.

E Goebbels ne trasse la canzone, intitolata proprio, al giovane berlinese (aveva ventitre anni), sventolio di bandiere rullo di tamburi passo cadenzato sguardo fiero e proiettato a far proprio il domani…                                                                                                  

Maggio ’45 l’Europa cumuli di macerie, il sogno infranto, la stagione dell’infamia e della demonizzazione. A settembre si vota. Sulle spiagge, ombrelloni e sdraie musica a tutto volume bibite colorate tutti ad abbronzarsi – un’unica coalizione di ‘perdenti di successo’ -. Guardo i servizi dai luoghi di vacanza, senza invidia. I servizi dei partiti, piccole miserie, insulti di bambini litigiosi. Passione zero. Mi torna a mente quel 12 dicembre ’69, nel pomeriggio, Riccardo suona proprio la HorstWesselslied – ‘Die Fahne hoch…’ – in un arrangiamento sincopato al pianoforte. A Milano e a Roma le bombe. Altre infamie, altra demonizzazione. Piovono bombe sull’Ucraina. Ci rimane da vedere il nemico di sempre, non tanto ‘die Rote Front’, ridotto ormai a caccia di poltrone e becero antifascismo, ma ‘die Reaktion’ con la globalizzazione la pandemia dello spirito il potere monetario il ghigno a trenta due denti e sempre la bandiera a stelle e strisce a impersonarne l’imperio.

 

Immagine: corriere.it

 


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