Beppe Niccolai

In un momento storico in cui i rimasugli del nostro mondo di riferimento si scontrano su analisi geopolitiche, con la maggioranza ormai appiattita su posizioni atlantiste e filo Ucraine, una piccola minoranza, rivendica un diverso percorso politico, ispirato a figure chiave del nostro panteon ideologico. La breve nota di questa settimana vuole presentare ai lettori più giovani e meno politicizzati una figura chiave del nostro pensare. Giuseppe Niccolai, detto Beppe (1920 - 1989), nacque a Pisa il 26 novembre 1920, laureato in giurisprudenza. Volontario di guerra in Africa Settentrionale, abbandonò il corso allievi ufficiali lasciando quella divisione Folgore in formazione a Tarquinia, nei cui ranghi era corso primo fra i volontari universitari italiani.  Al momento della disfatta, viene catturato dagli inglesi e finisce nel "fascists criminal camp" di Hereford, nel Texas.  Fu Consigliere Comunale del MSI a Pisa dal 1951 al 1980 e deputato del Movimento Sociale Italiano dal 1968 al 1976. La sua relazione alla commissione parlamentare d’Inchiesta sulla mafia fu lodata da Leonardo Sciascia.

Una vita politica in cui nel lungo percorso missino arriva il rimettersi in gioco, a riposizionarsi. Subentra la necessità di cambiamento che lo porta, alla volontà di modernizzazione, all’eresia dell’aprirsi agli "altri". 

Su "Pagine Libere" dell'ottobre del 1989 Marcello Veneziani scrive: "Eresia e serietà raramente vanno d'accordo. Se trovi lo spirito critico non trovi la passione ideale. Se trovi il gusto della cultura e dell'intelligenza non trovi la fedeltà. (..) Se trovi l'esercizio ironico e pungente dell'eresia non trovi la vocazione alla militanza. Uno dei casi, assai rari, in cui le due facce coabitano è stato Beppe Niccolai, (..) rarissimo vedere tanto spirito eretico e tanta passione ideale, tanto esercizio del dubbio e della critica al servizio di un vibrante amore per la verità, e di un alto senso morale, tanta voglia trasgressiva in un uomo che conservava ben salda, (..) la stessa bandiera conficcata nel cuore."

Ma al di la di dati Biografici, chi era l'Uomo "Beppe". "Ahi Pisa, vituperio delle genti del bel paese là dove il sì suona, poi che i vicini a te punir son lenti” (Dante Alighieri).  Niccolai era pisano, era un missino che sognava di ricucire la ferita storica tra fascisti e comunisti e combattere insieme contro il capitalismo, la mafia e la servitù americana.

Uno così chi può ricordarlo oggi? Nessuno, ma proprio per questo Beppe merita di essere raccontato, come un limpido marziano che visse nell’era ideologica integrale, il novecento, assorbendone le sue passioni ma non i suoi rancori.

Niccolai morì a Pisa il 31 ottobre 1989, nove giorni prima che cambiasse il mondo, quando morì, lasciò un vuoto, lo stesso vuoto che lo circondava quando era in vita.  Beppe dissentiva da Almirante, ed era all’opposizione dell’opposizione, distante pure da Rauti. L’avevano sistemato in una teca, con l’etichetta di coscienza critica. A Pisa fu l’antagonista storico di Adriano Sofri, che mobilitò Lotta continua per impedirne un comizio il 5 maggio del ’72.  Negli scontri con la polizia morì un anarchico, per vendicarlo pochi giorni dopo fu ucciso Calabresi. Ma Niccolai difese il suo nemico (Sofri) quando fu accusato dell’omicidio del commissario. Sempre contro, quando denunciò le stragi dei servizi segreti; o quando con un'interrogazione parlamentare riuscì a scucire la verità su “Argo 16” nome in codice di un aereo Douglas C-47 Dakota dell'Aeronautica Militare italiana precipitato a Marghera il 23 novembre 1973, aereo abbattuto dai servizi segreti israeliani, perché aveva portato in salvo alcuni terroristi arabi ricercati dal Mossad. O quando arrivò all'elogio al Vietnam vittorioso sull'imperialismo americano. O ancora, quando fu espulso dal Msi, (primo atto compiuto da Fini leader), per aver fatto votare nell’88 alla direzione del Msi un ordine del giorno contro i potentati economici che aveva ripreso da un comitato centrale del Pci: Fini aderì convinto. Poi Niccolai raccontò al Corriere della Sera la beffarda verità, non voleva prendere in giro il suo partito, ma dimostrare che i pregiudizi ideologici impediscono convergenze su temi condivisi, ma Fini lo cacciò. Sempre Veneziani Scriverà: "Conobbi Niccolai perché era in possesso di appunti inediti di Berto Ricci (..) Ricordo una sera a Pisa, in una scalcagnata 500 guidata da un militante di Cecina, tale Altero Matteoli, (..) Nel sedile posteriore, in condizioni disumane, sedevano Niccolai e Tatarella; mi avevano lasciato il posto davanti, come si usa per cavalleria alle donne, ai disabili ed agli intellettuali (..) Negli ultimi anni, quando le sue graffianti rubriche sul Secolo d’Italia erano state interrotte scriveva solo sul suo foglio,” L’Eco della Versilia”, voleva aprire il ghetto, dialogare con il Craxi tricolore e sognava di ricucire con la sinistra le scissioni del ’14 e del ’21. Beppe raccontava che l’ultimo Mussolini aveva raccomandato ai suoi fedelissimi: “se crolla il fascismo, aderite ai socialisti di Pietro Nenni.”

Negli anni '80, durante la presentazione di una riedizione de "Lo Scrittore italiano" di Berto Ricci, Pinuccio Tatarella e Beppe Niccolai, furono costretti” a "definirsi", alla stampa, le due risposte risultarono antitetiche. "Più che di destra", di centro-destra" si definì Tatarella. “Sicuramente non di destra, anzi di sinistra", si dichiarò invece Niccolai, riagganciandosi alla tradizione che affondava le sue radici nel Mussolini giacobino, nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel, nelle avanguardie artistiche d'inizio novecento, e nell'interpretazione gentiliana del marxismo. Pietrangelo Buttafuoco Scriverà: “Beppe Niccolai aveva la capacità di vedere la realtà senza l'affanno elettorale. Raccoglieva intorno a sé il "mondo degli umili e degli indifesi" e diede alla militanza politica un senso ed un imperativo categorico costruito con il cemento del progetto”. A lui, infatti si rivolsero gli inquieti e tutti quelli che dopo avrebbero lasciato la “Destra” alle loro spalle. Non c'è oggi in circolazione un fascista di quella generazione che non abbia avuto da Beppe un regalo: la fotocopia di una pagina importante, un libro sottolineato nei punti giusti, una lettera. Nel febbraio del 2002 si tenne a Roma, presso l’affollatissima sala "Marinetti" del Ripa All Suites Hotel, un convegno su Beppe Niccolai organizzato dal Fronte Nazionale al quale parteciparono Pietrangelo Buttafuoco, Giampiero Mughini e Domenico Mennitti. L'incontro non volle avere il sapore lugubre di una commemorazione, ma volle essere la riproposizione di Niccolai per l'attualizzazione del suo pensiero. Da quel Pensiero 20 anni dopo bisogna ripartire.


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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