Piccola Italia

La guerra russo-ucraina scorre nelle immagini dei Tg di partito, nei comodi salottini tv con truppe pseudo-fosforose inquadrate nel battaglione UE della mono-informazione manipolata e plastificata dall’industria (tale è) del pensiero unipolare di sleepy Biden & lobbies d’ armi, gas liquido, petrolio, chissà anche grano e mais, una corda al collo with yankee’s soap. Gli imperi incrociano le corna in questa primavera che è un inverno per l’Europa, ancor di più per l’Italietta arlecchina serva di più padroni, si schiera affianco alla resistenza ucraina, si arma e arma, s’allinea alle inutili sanzioni, raccoglie profughi e migranti, ma paga dazio alla demagogia subendo la speculazione di materie prime,  accorgendosi che decenni d’ ambientalismo radical-borghese le hanno scoperto il lato B, quello del carburante e allora il drago di cartone svolazza qua e là in cerca di metano per alimentare il fuoco. 

Il nazionalista Orbán, pur nella NATO, ha preso le distanze dall’euroservilismo perché governa gli interessi del suo popolo, di certo non quelli della sala ovale né dell’asse franco-tedesco, un solo padrone ha da servire, la Patria, preservandone economia e tessuto socio-culturale. Me lo ricordo nel suo intervento a Atreju 2019 mentre la platea l’ omaggiava col canto Avanti ragazzi di Buda, poi verrà Steve Bannon…

L’Italia s’è chiusa nel sacco di juta americano, ricorda l’opera SZ 1 del ‘49 di Alberto Burri un “non cooperatore” ancora fresco del campo di prigionia di Hereford, provava umiliazione per quegli aiuti “pelosi” venuti d’ oltre Atlantico, lui fiero, dritto sulla schiena, mentre il suo Paese, spaccato, inseguiva l’idea golosa di farsi umile servo di uno dei due imperi, sovietico o americano.

L’Italia chi è? Una, nessuna e centomila direbbe Pirandello e quel caro càtaro di Guido Ceronetti lesse bene la semantica postbellica che da Patria ridusse l’Italia a Paese o peggio a Stato (macchina burocratica ibrida), persino la Costituzione cita solo due volte le parole Italia e Patria troppo legate  al Risorgimento assai malvisto da intellettuali chierici e compagni.

Così questa maledetta guerra scorre alimentando fiumi di opinioni inutili condite dalla vanità di chi s’illumina da esperto, analista e profeta ma col culo caldo in poltrona commentando gli orrori compiuti da una sola parte dimentichi che ogni conflitto ne genera senza soluzione di continuità ma nella nostra “democrazia” è vietato il dubbio ucraino ne sa qualcosa quel grandissimo reporter che è Toni Capuozzo. 

Crediamo poi davvero che Germania e Francia manderanno in tilt il loro sistema produttivo e industriale per seguire i proclami belligeranti di un teatrante borioso, castrando l’economia dei propri Paesi, certo che no, anzi coglieranno i frutti  della guerra energetica per scalare posizioni nei fatturati, scalzando la piccola Italia nel suo settore forte, il manifatturiero.

E mentre l’ONU ha dimostrato d’essere un costosissimo carrozzone con p.s. = 0, la diplomazia d’Occidente legata a dittatori e tiranni e l’UE un’armata Brancaleone asservita alla NATO (persino la Finlandia felix e arcobaleno chiede d’entrarci), di qua dalle Alpi, nessuno escluso, si partecipa alla guerra da sbandieratori della Stars and Stripes Flag, simbolo dei valori irrinunciabili della società americana fatta nostra. 

Allora mi pare appropriata la novella umoristico-grottesca, La  Giara, di Luigi Pirandello, metafora della  nostra condizione, dopo due anni di feroce pandemia, tutt’altro che cessata, solo oscurata dai media, il nostro stivalone si era rotto come l’otre d’argilla di don Lollò Zirafa, la tenace laboriosità del popolo, la sua ingegnosità unica, stavano rincollando i pezzi con mastice miracoloso e punti di cucitura, ma al finir dell’opera, i tanti piccoli Zi’ Dima Licasi si sono resi conto d’essere rimasti intrappolati nella giara, colpa della guerra gli  dicono padroni voraci quanto stolti, vogliono “la roba” restaurata, è cosa loro, però senza liberarci. Si rende necessario sfasciare la giara nuovamente per scongiurare il sequestro di popolo ricominciando tutto daccapo, esattamente come Sisifo nella speranza però che il masso d’inettitudine dei governanti non ci schiacci. Io credo che i Zi’ Dima ce la faranno anche stavolta purché nella giara risanata ci chiudano padroni e briganti.

 


Editoriale

 

Vincitori e vinti alle elezioni

di Adriano Tilgher

I dati ormai sono sul tavolo, i giornali di regime ci hanno raccontato chi ha vinto e chi ha perso, i principali interpreti si sono tutti manifestati, pure il nostro Pensiero Forte ha dato le pagelle ai contendenti, sembra una pratica da archiviare. Anche se… tutto può ancora succedere. L’aumento delle astensioni dal voto manifesta, come in tanti hanno commentato, disaffezione e malessere, ovvero l’aumento della distanza sempre più significativo tra la gente e le istituzioni. D’altra parte non poteva essere diversamente visto tutto quello che è accaduto in questi ultimi anni.

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La Spina nel Fianco

 

Abbiamo vinto il Festival

Lo scorso fine settimana si sono svolte elezioni politiche importantissime per il futuro del nostro paese, e perciò vi parlerò... di musica. 1992 nella kermesse della quarantaduesima edizione del Festival di Sanremo, partecipa il gruppo musicale "Statuto", fra i maggiori rappresentanti di un genere da sempre sottovalutato nel nostro paese, lo Ska. Stile musicale partito dalla Giamaica tra la fine degli anni 50 ed i primi anni 60, approdato dopo l'indipendenza della Giamaica nel 1962 nel regno unito. In quel paese lo Ska venne conosciuto anche con il termine bluebeat, perché molti dei primi singoli ska erano realizzati per l'etichetta discografica Blue Beat Records.

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