Radici e identità: la comunità organica contro il caos liberale

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo” e mai citazione fu più adatta per descrivere il risultato delle elezioni del 4 marzo (e a ben vedere l’intera storia d’Italia): i 5 stelle e “le magnifiche sorti e progressive” che portano in dote celano un retrogusto amaro, a tratti disperante, tipico di chi dopo aver molto lottato, ma soprattutto creduto, finirà con l’essere addomesticato da Bruxelles e dai suoi rapaci rappresentanti, obbedendo a un sistema che non ha mai veramente voluto mettere in crisi.

Una nota a margine è rappresentata dall’elezione a senatore della Repubblica di Tony Iwobi, nigeriano per nascita, italiano per scelta, fra le fila della Lega Nord. Un paradosso? Non del tutto.

Il senatore Iwobi, classe 1955, è un piccolo imprenditore bergamasco perfettamente integrato nel territorio che lo ha accolto e rappresenta quella media borghesia tanto cara alla Lega e ai “padroncini” del nord-Italia, a dimostrazione di come in assenza di una integrazione ideologicamente fondata, l’unico altro strumento per ottenere un inserimento attivo e proficuo nel nostro Paese non siano i pruriginosi incontri interculturali mediati da qualche cooperativa sostenitrice del meticciato e dell’abolizione dei confini nazionali, ma (purtroppo) la classe sociale, che però non può e non deve essere l’unico elemento per sancire l’appartenenza di un individuo a una comunità, appartenenza che deve essere necessariamente costruita su momenti ideologicamente fondati, in primis l’istruzione pubblica.

La scuola deve divenire la pietra d’angolo della formazione del futuro cittadino, non solo per accrescerne cultura e metodo, ma soprattutto per consolidarne l’identità, definita da radici storico-culturali, ma anche da un unico obiettivo: la comunità stessa, punto di partenza e di arrivo del singolo.

Insegnanti e medici, militari e intellettuali, operai e contadini, ognuno deve lavorare mettendo al servizio della nazione le proprie virtù, ed è in questo che si gioca la partita dell’integrazione: tu, giovane nomade d’oltremare, non sei il colore della tua pelle, né la casa che ti sei lasciato alle spalle, ma il tassello di qualcosa di più grande ed è lo spirito di questa straordinaria narrazione che deve essere interiorizzato e assimilato, in contrapposizione alla mortifera propaganda liberale che ci vorrebbe tutti consumatori apolidi all’interno di unico sistema globale fondato sulla liquidità dei valori e sull’annientamento delle identità nazionali.

Imprescindibile risulta essere dunque la formazione di una comunità organica i cui confini siano, oltre che fisici, soprattutto spirituali: il fine non è l’individuo, ma la nazione.


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Editoriale

 

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