Il mito di Edipo

Noto è il racconto. Edipo, ignaro, uccide il re di Tebe Laio, suo padre, e sposa la di lui moglie e madre, Giocasta, dopo aver liberato la città dall’incubo della Sfinge, risolto l’enigma: “ … quale sia l’unica creatura che ha un numero variabile di piedi – quattro al mattino, due a mezzogiorno e tre alla sera – e che quanti più piedi muove tanto minore è la forza e la velocità delle sue membra”. Divenuto il nuovo sovrano, a causa della pestilenza che s’è propagata in città, interroga Tiresia l’indovino e costui svela che è per volontà del dio Apollo, in quanto in essa vive un uomo che si è macchiato di orrendo crimine. E scopre essere egli l’origine di tanti lutti, parricida e incestuoso, tanto che, disperato, s’acceca. Solo allora gli dei concedono nella vecchiaia serenità perché grave la colpa di Edipo, ma inconsapevole il suo agire. Così il tragico Sofocle ci ha tramandato il mito. Sotto il cielo gli dei ci irridono e ci confortano – simili siamo a “cani di paglia” -; sopra il cielo il fato domina e uomini e dei.                                              

In tempi moderni il mito ritorna prepotente alla nostra attenzione, soprattutto ad opera di Nietzsche e di Freud. Per il primo simboleggia la vendetta della natura che, per dirla con Eraclito, “ama nascondersi” e punisce coloro che osano profanarla. Chi pretende impossessarsi delle sue leggi, lo può soltanto mediante la violenza del gesto dissacratorio. Scrive, infatti, ne La nascita della tragedia: “Come si potrebbe costringere la natura ad abbandonare i suoi segreti se non contrastandola vittoriosamente, ossia mediante ciò che è innaturale? Questa conoscenza la vedo impressa nella terribile triade dei destini di Edipo: lo stesso che scioglie l’enigma della natura – della Sfinge dalla duplice natura – deve anche violare, come assassino del padre e marito della madre, i più sacri ordinamenti naturali” (profetico annuncia l’orrore e la vergogna del nostro presente, compresa la pandemia duplice del corpo e dello spirito). Per Freud il desiderio dell’incesto è ciò che lega il bambino alla madre nei primi anni di vita e che, rimosso per il timore di subire la castrazione, porta all’identificazione (prima di “uccidere il padre” per rendersi un sé autonomo) con il padre e il mondo degli adulti. Scrive: “Di regola il padre predilige la figlia, la madre il figlio; il bambino reagisce desiderando di essere, se figlio, al posto del padre, se figlia, al posto della madre (…) Il mito del re Edipo che uccide suo padre e prende in moglie sua madre, rivela modificato appena, il desiderio infantile, contro cui interviene più tardi la repulsa della barriera contro l’incesto” (tratto da Cinque conferenze sulla psicanalisi).

Non è qui mia intenzione perdermi dietro la potenza dionisiaca della tragedia del mondo greco e scinderlo dal pantano mefitico dell’oggi. Mi interessa solo rilevare come il mito non è di per sé l’immutabile, perché tante sono le varianti, i rivoli del suo disperdersi nella fabulazione, così come tante se ne possono dare di contingenti interpretazioni. Ciò avviene anche con la storia, certo, ove sussistono decodificazioni e impianti difformi, però, rimane nel fatto ciò che si è palesato. La storia non si crea tramite il linguaggio, la si produce con le opere e la si subisce, impone all’uomo uno star con i piedi ben saldi a terra e lucida mente. Il mito è storia, ma il cui linguaggio è quello della comunicazione interiore, affettiva, del soggetto che, riflettendo di sé attraverso l’accadimento, lo intende quale pretesto o provocazione per narrare delle proprie emozioni, poco o nulla contando il suo proporsi dato oggettivo. Mi viene a mente di Friedrich Duerrenmatt La morte della Pizia o, d’altro spessore, La nascita della filosofia di Giorgio Galli… Forse ne riparlerò in prossima occasione. Forse.

 

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