Oltre la noia

Finisce il vecchio anno, sprofonda nell’esofago del tempo, inghiottito senza epitaffi di buon ricordo, eppure era il 75mo dell’era repubblicana così avara di Storia, di santi, di eroi quanto imbellettata di bigiotteria scadente, come ricordare difatti 67 governi, alcuni al bagnasciuga, i 30 Presidenti del Consiglio caduti nell’oblio, tranne De Gasperi e Craxi, e poi nel sacco c’è il boommetto economico, lo scontro di classe, gli anni di piombo a lacerare un tessuto nazionale già liso, aprendo la diga a un fiume di noia.  Eufemistico cercare un patriota, un Carlo Pisacane giovane e forte, da accomodare sul Colle più alto di Roma perché senza la Patria, anzi senza Madrepatria, della quale era orfano quel càtaro di Guido Ceronetti, di figli forgiati dall’acciaio di un sogno non ce ne sono, soltanto burosauri, imprenditori vanitosi, “tecnici” graditi a Strasburgo. A piazza del Quirinale stridono i marmi possenti di Castore e Polluce, generati dall’uovo di Leda, con chi invece uscirà dall’uovo del Parlamento, non un domatore di cavalli né un forte pugilatore, ma un vecchierel bianco chiamato compromesso.

Intanto danzano indifferenti a questo (e tanto altro) le nostre esistenze dimesse sul ciglio dell’arpia pandemica, disperate da una scienza prepotente, presuntuosa, Vesta demiurga della fiammella tremula, la vita, la democrazia, per decreto, è stata spenta dai sagrestani del Palazzo, nessuno par s’accorga d’essere al buio, si va a tentoni tastandosi la carne, suvvia la pelle val pure 10,100,1000 passi indietro delle libertà costituzionali, in fondo privilegi assurdi in tempi di guerra. Odi le sirene, senti i suoni dell’allarme, chiamano ai bunker delle case, altro non c’è scorrendo i palinsesti mediatici se non numeri freddi di virus-feriti, caduti senza più il respiro, mentre le armi sono spuntate, le munizioni a tempo e i gufi generali marionette ondivaghe. Il Paese l’è spaccato esattamente come la Milano del ’600, quella della peste bubbonica con la caccia agli “untori”, non più solo no-vax ma pure chi non ha la terza e prenotata la prossima quarta dose, il ciclo manzoniano si ripete a conferma del nicciano eterno ritorno.

Così ci è accaduto il 19 sera, per magia, che sulla pozza pandemica s’affacciasse improvvisa la magica luna piena e riemergessero alla mente i versi del Canto notturno di Leopardi: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,…” Nel silenzio siderale lei non risponde, luce divina d’apparente eterna indifferenza al dolore umano, agli interrogativi di quest’essere misterioso “Infermo/Mezzo vestito e scalzo,/Con gravissimo fascio in su le spalle/...che è l’uomo, re sempre ignudo, illuso da abiti invisibili per ogni età della clessidra, oggi assai uguale a quella  tartaruga di Trilussa senza  però “la casa vortata sottoinsù”, ci mancano coraggio e fede  di osservare il cielo e il volto bianco, sereno della luna, sorgente di tanta poesia e quiete calpestate da inutili astronauti. 

Stiamo ben piantati sulla terra, l’eclissi del divino è anche eclissi della luna, dell’andare “Più oltre, oltre, oltre c’è” scriveva il poeta sul limitare del mistero bello, l’Assoluto, esso avvolge solo amanti, artisti, monaci e cavalieri, mostrandosi pura materia inerte per scienziati nullanti (ossessionati dal nulla).

Evèrtere la “gabbia di gorilla” esposta alle intemperie del male, all’umiliazione d’essere fragili, quasi inconsistenti, reclusi in un corpo da difendere, e quanti, e quanti n’ha veduti l’ineffabile luna,  ma solo alcuni indossano le ali come fu Pound nei Canti Pisani, ci si guarda attorno tra le infinite gabbie recitando i versi: “Va’, mia canzone,dai solitari e dagli insoddisfatti,/ Va’ pure da chi ha i nervi in pezzi,dagli schiavi delle/ convenzioni,/porta il mio disprezzo per i loro oppressori,/Va’ come un’onda d’acqua gelida […]”. E noi camerati restiamo uniti, siamo coloro che “con rara mestizia”, “pur sprezzando il mondo a tutti son benigni”.

Buon anno fuori dal sacco perché dentro, vedrete, ci sarà solo tragica noia.


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