Il sangue dello Zarathustra

Con la corriera che fa capolinea in piazza, a L’Aquila alcuni anni prima del terremoto. Scendo e l’aria fina e fresca libera i polmoni mette voglia di camminare. E libera i pensieri dal troppo inutile banale superficiale che appesantiscono il tratto e il passo. “Prendere le distanze”, come essere per i solitari sentieri dell’Engadina con il “nostro” Maestro. Con Antonio e Luciano che coltivano la medesima passione per Nietzsche e, di recente, per Martin Heidegger e con cui condivido il tavolino del bar e un piatto di pasta e quel cercare, nel gioco serio e attento delle parole, di risolvere i tanti irti ed erti “sentieri interrotti”. Magari come fossimo a contare gli stessi suoi passi e ogni singola arcata dei portici della Torino fine Ottocento là dove “mentre la nobile muffa d’Europa – di Pau , Bayreuth ed Epsom si nutriva, - lui abbracciava due ronzini”, così scriveva nel 1935 il poeta Gottfried Benn, versi che mi sono cari, come il loro autore, da quando ho scoperto essergli affine e tolemaico.

“Da quando ho potuto leggere e tradurre da solo l’Also sprach Zarathustra mi sono reso conto che, per tutta la mia esistenza da insegnante, non avrei potuto fare altro che educare i miei studenti al suo pensiero. E oggi che sono in pensione non riesco ad abbandonare le sue pagine…”, mi dice dopo che ci siamo seduti in un ristorantino per la cena. Conosco come vi è arrivato. Storia singolare. 27 ottobre 1942: seconda e decisiva battaglia di El Alamein. Il blindato dell’Afrika Korps era saltato su una mina e gli uomini scaraventati, maciullati dall’esplosione. Accorrono alcuni carristi italiani della divisione Ariete, fra cui Antonio. La mano rigata di sangue, il petto squarciato, ormai spacciato, un sottufficiale gli indica la sacca che porta a tracolla. Ne esce fuori un libro sgualcito, stampato con quei caratteri strani e intraducibili. Con un cenno di assenso, l’azzurro degli occhi va spengendosi, estremo gesto, un dono. Antonio non conosce il tedesco, già poco incline ai libri, gli studi svogliati e disordinati, eppure si mette il libro in tasca. Il 3 novembre, dopo accaniti vani combattimenti, la Divisione viene accerchiata e annientata dai reparti corazzati dell’VIII Armata di Montgomery – l’ultimo bollettino annuncia: “carri armati nemici fatta irruzione a sud. Con ciò Ariete accerchiata”.

Non sempre David abbatte Golia. Di fronte al nemico superiore in mezzi e uomini l’Ariete trova la sua tomba, in eroismo e onore, in quella parte del deserto libico (Erwin Rommel la ricorda: “Con l’Ariete perdemmo i nostri più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di dare con il loro cattivo armamento”).                                                     Antonio è fra coloro che vengono fatti prigionieri, allineati, perquisiti, sottratti degli oggetti personali, soprattutto fanno gola gli orologi, ore di marcia sotto il sole, senza acqua. Gli lasciano il libro (la cultura, in fondo, è merce di scarso interesse). Poi un insieme di reticolati, poche baracche, torrette con la mitragliatrice spianata. “Non sei tu che guardi il deserto, è il deserto che ti penetra dentro”, commenta dopo mezzo secolo quella sua esperienza e memore dell’affermazione di Nietzsche. E qui, seduto sulla sabbia, accanto il destino nella forma di un prigioniero, già lettore di università in Germania che gli insegna il tedesco, a leggere quel libro che è, al contempo, per tutti e di nessuno. Gli anni di prigionia in Kenya prima, poi nel campo in Sud Africa, a Zonderwater, la scelta di essere un “Non” (non cooperatori) a dispetto verso quegli ufficiali che, arroganti nei loro privilegi, s’erano resi servili dopo l’8 di settembre più che per un senso di fedeltà al Fascismo. Fino agli inizi del 1947. Il rientro in Italia, gli studi, l’insegnamento alle superiori e la cattedra alla facoltà di Magistero. E, sempre, appunto Nietzsche nella mente e nel cuore.

Un patto sancito dal sangue di quel soldato, versato nel deserto, e mantenuto vivo tramite una esistenza spesa bene. Gli racconto dei libri acquistati sulle bancarelle di Fontanella Borghese, fra cui lo Zarathustra fra i primi (insieme ai Proscritti di Ernst von Salomon e le poesie di Brasillach), di quella copia che avevo prestato a Giovanni, giovane anarchico, ucciso stupidamente da due poliziotti una notte a Trastevere. E, sebbene Nietzsche diffidasse del sangue come testimone, in alcune circostanze esso vale più dell’inchiostro… “Scrivi col sangue e scoprirai che è lo spirito”.

 

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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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