Quale democrazia

A bocce ferme l’attesa tornata elettorale del 3-4 ottobre, ben oltre i cinguettii stucchevoli di vincitori e vinti, ha tirato una riga sulla democrazia rappresentativa, i numeri asciugano la retorica misurando il suo stato febbrile, è in atto una rivolta silenziosa, disarmata, il rifiuto della cabina elettorale, di scheda, matita, crocetta, liturgia del diritto-dovere civico di votare.

In città matassa quali Roma, Milano, Torino meno d’ un cittadino su due ha professato il credo nell’art. 48 della Costituzione forse perché l’espressione del dettato riferita al voto “...personale ed eguale, libero e segreto” è contraddetta dalla concreta efficacia della sovranità del popolo  “ che, è vero, la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” ma quei limiti sono un elenco all’art. 117  il cui incipit dice“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali [segue il mantra dei commi]”. E’ la prima causa capestro che svuota di significato quella sovranità popolare ma anche quella dello Stato e degli Enti locali, piegando la Costituzione a recepire e uniformarsi a dettati sovranazionali con progressiva cessione d’ autonomia. 

Sulle democrazie occidentali, a radice liberale, storicamente giovani, gravano molti pericoli focalizzati già da Alexis de Tocqueville nel suo scritto La democrazia in America, ne citiamo due molto attuali, il primo la dittatura soft della maggioranza, il mainstream, schiaccia e confina l’opposizione nelle riserve indiane, con processo mediatico di ghettizzazione che chiameremo: l’anti, finalizzato all’abiura dei soggetti o al loro isolamento. Il secondo, osmotico al primo, è il dispotismo mite, turbogeneratore dell’atomizzazione sociale, scriveva in proposito il filosofo:“vedo una folla immensa di uomini, tutti simili ed uguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piaceri minuti e volgari di cui nutrono la loro anima. Ognuno di essi, considerato a sé, è come estraneo al destino di tutti gli altri […] L’uomo vive solo in se stesso e per se stesso: e se è vero che gli resta ancora una famiglia, è altresì vero che non ha più patria “ e Tocqueville non immaginava internet. La tecnica è stata l’arma vincente della polverizzazione, dell’esplosione in microcosmi anarco-monodimensionali, in dipendenza assoluta dalla rete, nicchia rassicurante del paternalismo, no alla terribilità romantica, sublime, del tagliare la rete e nuotare in mare aperto.

Il potere immenso di internet ha deposto via, via, i corpi intermedi, partiti, sindacati, associazioni, necessari a centrare gli obiettivi vitali di una democrazia, equilibrio libertà-uguaglianza, capitale-lavoro, dialogo maggioranza-minoranza, distribuzione delle ricchezze, difesa dell’occupazione,  welfare vero, non elemosina ma taumaturgica spinta alla dignità sociale, e  potremmo sgranare il rosario dei nobili propositi d’una democrazia rappresentativa diventata virtuale.

Ma il tracollo della sovranità nazionale, da noi subalterna alla Comunità Europea che, ricordiamolo, non è  Patria, né Stato federale, ma organo di governo del mercato e della finanza, ha di fatto reso una superfetazione il Parlamento eletto, esautorato dalla scelta del Presidente del Consiglio (welcome to Bruxelles), esecutore di normative varate dalla Commissione europea, non solo in ambito d’ Economia ma estese alla religione laica progressista, lasciando ai singoli Stati solo l’amministrazione ordinaria.

E allora perché votare, per chi votare se il soggetto, partito o candidato che sia, in realtà è oggetto d’uso d’ un potere altro, lontano dalla realtà di singoli e comunità, virtuale, astratto, inafferrabile quanto le multinazionali che licenziano con wathsapp, “non serve a niente” è la banale, sconfortata risposta dei più, vittoria del pessimismo sociale.

Allora la domanda è: Quale democrazia costruire per il nostro futuro? E vuole essere un sasso nelle acque solfuree di un’area politica allergica a immergersi nelle profondità su questo tema, presa com’è nell’avvistare modelli “amici”, i tory di BoJo, gli elefanti del Grand Old Party, perché no, frullando rosso e nero, le giubbe rosse, da Diaz-Canel a Maduro o, torcendosi a Est, i cosacchi di Putin, la Cina di Xi Jinping, persino l’Islam nelle sue declinazioni (il sufismo di Guénon docet ).

Serve, a parere fermo di chi scrive, il coraggio di uscire dalla riserva aristocratica di Rivolta contro il mondo moderno, rompere le reti e affrontare in mare aperto la democrazia futura, è lei la sola tigra da cavalcare, la nobile utopia da realizzare, tutto il resto è lagna.


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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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