Carlo Vichi

Scriveva C. Michelstaedter nel Dialogo della salute e altri scritti sul senso dell’esistenza: “L’uomo libero ha la gioia dell’esistenza in mezzo a tutte le cose […]. Per lo schiavo tutto gli vale come cosa da sfruttare, anche del suo simile egli si chiede solo che utile ne possa trarre...“.

Quella gioia dell’essere deve essere crema nello spicchio fondamentale della vita, il lavoro, superando la schizofrenia tra pensiero, desiderio di realizzazione del sé e azione, il bipolarismo della personalità spacca l’unità allorché, obbedendo al solo diktat del dovere sociale, senza ma, se, anzi con riverente soggezione, si baratta l’essere con la sicurezza d’un posto di lavoro, pur obtorto collo rispetto al progetto di sé e la scuola in questo è magistra di persuasione,

Lo schiavo del profitto sfrutta in ragione dell’utile uomini e cose, nel che consiste la sua ricchezza, ne discende la schiavitù dei dipendenti con l’esca magra d’un piccolo profitto, il salario, trasformandoli nella sua stessa condizione di servaggio, ma del tutto subalterno.

Anzi questa condizione, con le nuove tecnologie, è di fatto volatile, sia per l’automazione progressiva, sia per gli standard obbligati d’ efficienza nella produzione, una scala da salire con ansia ogni giorno, a chi si ferma al pianerottolo col fiatone l’esca della sicurezza viene meno.

I rapporti tra industria italiana e classe dei lavoratori sono stati conflittuali nell’assoluta maggioranza dei casi, con le dovute eccezioni, Olivetti, Pirelli, Ferrero e la Mivar per citarne alcuni, non basta progettare la “fabbrica bella” hi-tech del Polo industriale di Settimo Torinese (arch. Renzo Piano) se quanto sopra detto non si trasforma in umanesimo del lavoro, digitalizzazione e robotica diverranno ancor più concreta metafora del mito della caverna di Platone altro che “Canto della fabbrica”  di Salvatore Accardo.

Il 20 settembre s’ è spento ad Abbiategrasso Carlo Vichi, 98 anni compiuti a febbraio, classe 1923, maremmano (era di Montieri nel grossetano) transumato con la famiglia in quel di Lambrate a Milano a sette anni, era il 1930.

Un diploma di elettrotecnica poi anni giovanili prima da operaio poi da tecnico alla CGE, alla Minerva, chiamata alle armi allo scoppio del conflitto, dopo il congedo, nel ‘45, fonda la VAR (Vichi Apparecchi Radio), nel ‘63 la Mivar, un marchio storico dei televisori italiani a valvole, nel ‘68 stabilimento unico a Abbiategrasso, ha in organico 800 dipendenti, tra gli anni ottanta e novanta la Mivar è il primo produttore di televisori in Italia, per fatturato supera la Philips, la Grundig, la Sony ora son 1.000 gli operai. La crisi si apre col nuovo millennio, schermi piatti, elettronica digitale, fusioni di società, occorrono grossi capitali per restare sul mercato, far salire a bordo altri investitori, mai! Purtroppo a poco a poco la fiammella si spegne, è il 2013, lui ha novant’anni. L’anno seguente Vichi offre lo stabilimento a titolo gratuito a chi voglia produrre televisori impiegando almeno 1.200 dipendenti del luogo, niente da fare la fabbrica resta vuota, archeologia industriale.

Sulla carta stampata, con la sua morte, titoli scandalizzati sulle esequie, dicono “Dux Carlo” ha espresso il desiderio di funerali fassisti, camera ardente in fabbrica, un grido di saluto: A noi! Accompagnato dalle note di Faccetta nera ma la legge Scelba non fa sconti neppure ai morti.

Lo ricordiamo invece come uno dei rari esempi di imprenditoria italiana impregnata di umanesimo del lavoro, Carlo Vichi, è vero, era l’unico timoniere della sua nave, scansava i sindacati, ma era operaio tra gli operai, unus inter pares, indossando la tuta blu, mangiando con loro a mensa, suddito dei suoi sudditi e, com’ebbe a dire, reinvestendo i profitti per migliorare la produzione col solo fine di  assicurare lavoro e qualità vita ai propri dipendenti, questo era l’utile per una grande famiglia della quale lui era il più francescano degli abati. Chapeau all’uomo libero dallo sfruttamento dei suoi simili, dalla schiavitù del profitto ch’è sotto i nostri occhi declinata secondo protocollo da servaggio, ansia di delocalizzazione e tanta, ma proprio tanta corruzione, forse per questo a politici e autorità ha negato la presenza ai funerali, è una festa della sua gente, dei suoi lavoratori, ne restino fuori parassiti e usurai.

 


Editoriale

 

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