Hanno profanato il Campo

“Hanno profanato il Campo della Memoria!”, mi telefona Sandro con voce rotta dall’emozione, misto di dolore e di rabbia. Sì, di notte “i soliti ignoti”, eredi probabili dei loro nonni facili all’agguato vile e al colpo alla nuca infame, hanno scavalcato il muro di cinta picconato e asportato due cassette di zinco, contenenti i resti di due dei cento marò del btg. Barbarigo ivi sepolti, dopo anni di battaglie a rimuovere gli ostacoli burocratici i pregiudizi politici le preclusioni ideologiche fino alla decisione dell’OnorCaduti di riconoscere il Campo sacrario di soldati italiani e traslare le salme dalla tomba privata dell’ausiliaria Raffaella Duelli che, tornata a Roma dalla prigionia alleata, s’era adoperata a raccoglierne le spoglie, girando in bicicletta per l’Agro pontino, di quei suoi commilitoni, fra i primi in grigioverde e tornati a combattere dopo “l’ignobil otto di settembre” e “per l’Onore d’Italia!”.

Il Campo nasce su progettazione dell’architetto Alessandro Tognoloni, dato per caduto con il suo reparto nei pressi di Cisterna nel tentativo di ritardare l’avanzata degli Alleati e di consentire lo sganciarsi e la ritirata del btg. Barbarigo. Decorato di Medaglia d’Oro alla memoria (ovviamente non riconosciuta da questo Stato cialtrone e fazioso), ferito gravemente catturato dagli Americani e portato in Texas, ad Hereford, dove vi era un campo di prigionieri italiani non-cooperatori.  E la realizzazione ottenuta con il contributo di tanti reduci della Decima. Consegnato, dunque, all’OnorCaduti in una cerimonia coinvolgente e ufficiale, 16 giugno 2005, e posto sotto la sua tutela con gli esiti che si sono palesati, per insipienza minimo, con lo sfregio perpetrato l’altra notte…

Permettetemi uno dei tanti ricordi che mi legano al Campo della Memoria a cui ho portato modesto contributo e presenza per anni alle sue cerimonie. Era aprile 1996. Vi accompagnai gli alunni della VB che concludevano, in vista degli esami di maturità, il corso monografico sulla “guerra civile” da me organizzato e che, davanti al cancello, ebbero occasione di incontrare alcuni veterani. Ne nacque un dialogo intenso tra domande e risposte di cui, poi, chiesi commento ai miei studenti. E che qui ne riporto in sintesi alcuni. Silvia: “… il luogo dove hanno posto idealmente i loro camerati di guerra morti. Il silenzio del Campo ci immette immediatamente in una atmosfera di sacralità per loro importante”. E Lorenzo: “Mi è rimasta poi impressa l’immagine di un canneto posto davanti a un dirupo come ad impedire che gli ideali di questi uomini potessero cadere in un precipizio peggiore della morte: l’oblio”. E, infine, Aurora: “Che tenerezza, un uomo che poteva essere mio nonno, che parlava esattamente come avrebbe fatto lui, solo da un altro punto di vista. Ha riaperto un discorso che altrimenti si sarebbe fermato a quello che c’è stato riportato dai vincitori”. E ancora Aurora: “Una bella testimonianza perché ci ha dato qualcosa in più, ci ha dimostrato praticamente cosa fosse quello spirito di cameratismo presente in ogni colloquio avuto finora…”

 Allora, fedele alla fierezza e alla speranza – le due sole virtù a cui si affida il mio cuore, come si esprimeva Robert Brasillach prossimo a essere legato al palo dei condannati a morte – la stagione degli sciacalli, di cui lo scempio compiuto l’altra notte al Campo della Memoria è solo una delle tante riprove, sarà forse la nota dominante, su tutto sembra aleggiare il grigio colore della vergogna, ma se si illudono di avere vinto di averci piegato di averci reso simili a loro beh, questo no di certo!


Editoriale

 

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