Il secolo breve II

Trascrivo l’articolo della settimana scorsa: Il lettore attento vi troverà poche note aggiuntive, qualche precisazione, ma soprattutto – è il mio auspicio – il perché lo richiami. Utilizzando una immagine tratta dal bel libro La memoria bruciata di Mario Castellacci (per chi non ebbe occasione e fortuna di conoscerlo, era l’autore de La canzone strafottente, considerata da Giorgio Bocca”‘la più bella canzone della guerra civile” e più nota con l’inizio dei versi “Le donne non ci vogliono più bene…”), viviamo ove su ogni cosa aleggia il colore grigio della vergogna.

Una cappa oscena e mefitica che si estende, ormai in modo planetario, a nascondere il cielo e lo sfavillio delle stelle. Nella stagione in cui gli iconoclasti impazzano abbattendo statue e simboli raffiguranti il passato, di cui ignorano la fitta trama di rapporti causali di rimandi eco e assonanze – lo straordinario gioco della complessità -, ma non si erigono in strada barricate per rendere i sogni e gli ideali futura e concreta realtà; ove ci si inginocchia vittime d’ogni senso di colpa (“il fardello dell’uomo bianco”, cantato da R.Kipling, orgogliosa sfida volta al resto del mondo, è rimbalzato a sfregiare calpestare irridere proprio quell’uomo bianco!) e non si rimane eretti, magari legati al palo dei condannati a morte, con l’audacia di aver tentato faccia al sole e in culo al mondo. E, allora, mi sento – e ne sono grato – di appartenere al secolo che è trascorso, quel Novecento, inquieto (come intitolammo Rodolfo ed io un libro edito nel 2004), che fu definito, con felice e ipocrita sintesi, “il secolo breve” (forse perché Eric Hobsbawm, l’autore, inglese e marxista, per non irritare la cultura dominante, tralasciò di ricordare errori ed orrori del comunismo, nonostante il sottotitolo “1914-1991: l’era dei grandi cataclismi”, rendendolo così monco e sciatto).

Mi viene a mente un frammento del poeta greco Agatone – reso celebre da Platone perché nella sua abitazione egli vi colloca lo svolgimento del Simposio, dialogo forse il più intrigante e fascinoso, in cui Amore o Eros la fanno da padroni, mostrandoci il filosofo capace di intendere e trasfigurare il linguaggio della carne – nel quale ammoniva come neppure agli dei fosse concesso negare il passato. (“Se c’è una sola cosa negata persino a Dio, questa è il potere di cancellare il passato”, così lo trovo tradotto). Il che – rifletto – possiede una sorta di retrogusto dell’ottimismo, nella fiducia della coincidenza tra l’essere e la parola che l’esprime, mentre oggi abbiamo constatato come, appunto nell’età dell’eclissi e dell’oblio, conta solo se lo si nomina e quell’essere reso mero accidente, se e soltanto proponendolo e dando ad esso un giudizio, diviene qualcosa… di vero e indiscutibile. Il virtuale. Una pallida ombra di sé medesimo. Rifletto. Ricordo come Martin Heidegger traduceva il termine “nostalgia” e lo indicava quel tornare a casa con dolore. Sebbene i libri i più e i migliori li abbia scritti all’inizio di questo Terzo Millennio e abbia preso atto che Aristotele avesse definito la vecchiaia il primo male dell’uomo, rendendoti però – mi difendo – più accorto e più saggio, mi volgo al Novecento e non con dolore perché quella dimora fu forse sì razziata da predoni voraci e catastrofi immani, violate le giovani donne, trascinati in esilio i vecchi e i bambini, resi schiavi i suoi uomini, ma fu dimora ricca di fierezza e di speranza, di fuoco ardito e sfavillante nella mente e nel cuore. Bastoni e barricate, mi piace scrivere sovente. Ed io vi appartengo con i suoi sogni e illusioni e inganni e ne sono grato perché, nonostante le sbarre alla finestra e il chiavistello alla porta, mi ha donato la libertà d’essere in cammino d’essere contro… Ho condiviso le tensioni, gli spasmi, l’ansia d’essere artefici del cambiamento e ho scoperto il valore della comunità che mi sembra essere l’espressione viva e partecipe, l’eredità di quel “partito di credenti e di combattenti”, anche in questo presente nella pandemia dello spirito e nella pantomima della carne delle ossa del sangue (lo scrivo, oggi, dopo che mi sono liberato dalle carceri del presente e ho condiviso una serata nell’autenticità della comunità lungo la tavolata di ‘lavori in corso’)… 


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Editoriale

 

L'Italia e i diktat

di Adriano Tilgher

Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

Attacca, Boia!

1952, Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini (Antonietta), le sorelle Nava, Soubrettes, attrici e cantanti, portano in palcoscenico una satira bonaria del fascismo e del suo Duce con uno spettacolo che mutuava il titolo da un verso dell'opera lirica Tosca: Dinanzi a lui... Tre Nava tutta Roma. Le 4 sorelle figlie di Brugnoletto, (nome d'arte attribuito da Trilussa a Giuseppe Ciocca) e della circense Giorgina Nava, durante il Regime facevano parte della compagnia Teatrale di Nino Taranto Nel 1945 sono al fianco di Carlo Campanini e Alberto Rabagliati in Pirulì Pirulì, spettacolo firmato dal duo Garinei e Giovannini. Sino agli anni 70 le sorelle Nava saranno impegnate oltre che sui palcoscenici di tutta Europa anche in radio, cinema e tv calcando il palcoscenico al fianco di artisti come Totò, Macario, Carlo Dapporto e Nino Manfredi. Pinuccia leader del gruppo e capocomico, iniziava ogni spettacolo dando il via all'orchestra al grido di Attacca, Boia!

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