ROMA

“Vedi, non si sottrae a orgoglio e rovina/neppure chi conquistò il mondo e gli impose le sue leggi.”

Due versi di Ezra Pound tratti dall’amara poesia Roma tradotta da Piero Sanavio (dal blog Edilet). “Ora vinta a sua volta e preda del Tempo,/perché il Tempo ogni cosa consuma”. Il Tempo ha pietrificato la sua storia millenaria, metafisica dei tufi consunti, archi senza trionfi, a fuoco   di Vesta spento, meretricio di rovine mute per selfie di clienti bulimici di tour.

Soltanto a queste vestigia Roma appartiene “Roma ultimo e unico monumento di Roma,” teca senza vetri di gioielli antichi ma avulsa dal presente fuggitivo dalla clessidra del tempo, no non le resta neppure quel fiume sacro soffocato nel corpetto piemontese di muraglie, senza un porto, nessun serpente scenderà da nave sull’insula Aesculapi graziando l’Urbe dalla peste dell’ignavia.

Fu il disincanto del poeta dei Cantos che scriveva: Tu, appena giunto a Roma, e cerchi Roma/e non trovi nulla a Roma che puoi chiamare romano/soltanto a queste mura, ai vecchi archi consunti/...Roma appartiene”. Lui americano avrebbe dovuto avere mille occhi per scoprire la bellezza diffusa, celata ai più, di una città, questo sì, tradita dai suoi amanti, appassita dai ricordi mentre seduta sul sale, sul grano,aspetta di tornare regina delle genti, Roma madre silente guarda le stelle un tempo gelose carezzando il suo vero nome segreto.

Forse Pound avvertì la lagna di un formicaio sciatto, variopinto, popolare, miscuglio di mediocrità e supponenza, distante anni luce dalla romanità, repubblicana ed imperiale nonostante il tentativo del fascismo di rinverdirne i fasti consegnandole il trono di un nuovo fragile Imperium.

L’autunno è oltre il vallo delle sospirate ferie, inseguiti da sciami di vespe coi camici bianchi ronzanti sui monti o nelle spiagge declinanti l’alfabeto greco delle varianti, poi con le cartelle fiscali partirà l’agone per lo scranno più alto dell’aula Giulio Cesare, conferma virginiale, rivalsa dei nazareni presi a schiaffoni (elettorali) o conquista per i bigi competenti, Comunque vada sarà un successo del Piotta, certo non per Roma scollata dal Paese dei gonfaloni, avulsa dall’Italia che fu piccola porzione di un Impero, schernita e odiata dai crucchi manzoniani, traguardo dei sudisti negli scatoloni di Ministeri e scuole.

Roma sul limen del default finanziario, dicono gli Uriah, dal 1° gennaio 2022 a ragion dei miliardi di buffi accumulati, Roma dimenticata dal dragoniano Ricovery Plan dei neoliberisti, solo spiccioli, Roma sfregiata dall’archeologia dei rifiuti, Roma picconata dai luoghi comuni (le buche, i bus accendini, i cinghiali), Roma rabdomante in cerca di uno stadio, Roma scippata dai nordisti, Roma snobbata dall’Europa degli strozzini.

Scrive Fran Lebowitz nel suo La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire: “A Roma non lavora nessuno […] è senza ombra di dubbio la capitale mondiale del pranzo. […] Scioperare, a Roma, è una questione di stile più che di dinamiche economiche. È una città folle, sotto tutti i punti di vista. Basta passarci un’ora o due per rendersi conto che Fellini gira documentari”. L’attrice- scrittrice newyorkese in fondo conferma quanto detto da Pound, la città è eterna nelle sue inquietanti ricchezze del passato estranee alla liquidità caotica del quotidiano, manca la saldatura tra città dei viventi e Storia, manca quella dominante della romanità che fu stile di un’umanità ben definita sintetizzata da J. Evola in Gli uomini e le rovine al cap. XIV. Virtus, fortètudo, costantia, disciplina, fides, dignitas, gravitas et solemnitas e sottolineiamo: “l’attitudine a unirsi senza confondersi, in vista di un fine superiore o per un’idea, da esseri liberi” E’ quello stile l’assente anche nei gladiatori “costretti” al singolar tenzone delle elezioni, in fondo sono comparse riciclate,  conigli grigi dal cappello dei compromessi, senza quella romanità, chiamati purtroppo per Roma a recitare nel teatro di Pompeo una commedia di Plauto intrisa d’ironia tragica sulla perfezione circolare  del nulla.


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