Giovanni Gentile visto dal buco della serratura

L’uso politico della storia distorce la stessa metodologia della disciplina e soprattutto presuppone il fare strame di tutti i risultati precedentemente raggiunti. Ne costituisce un esempio l’ultima, recente, biografia di Giovanni Gentile scritta da Mimmo Franzinelli che certo non si è mai distinto per obiettività di giudizio in merito al fascismo e alla galassia intellettuale che lo ha circondato.

In questo caso, poi, si aggiunge una scarsissima conoscenza della filosofia gentiliana, difetto comune a molti di coloro che scrivono su Gentile, non solo di sinistra; difetto che consente all’autore di costruire una biografia tutta centrata sulle debolezze del filosofo, presentato, sostanzialmente e di volta in volta, come un cortigiano, un ingenuo, un interessato laudatore di Mussolini dal quale avrebbe ricavato ingenti fortune.

Nessun approfondimento alle ragioni filosofiche di una scelta che Gentile conservò fino alla fine e che gli costò la vita, ma solo le debolezze umane che non si capisce perché il filosofo non dovesse avere. La novità del libro – che è effettivamente tale – è l’utilizzo del carteggio Gentile-Mussolini, ma si tratta di un uso che, si diceva, distorce la metodologia storiografica. Qualunque storico, almeno quello che voglia essere intellettualmente onesto, sa che da un epistolario privato non possono che emergere i lati meno apprezzabili di un uomo che, come nel caso di Gentile, ebbe una parte di rilevanza sconosciuta in Italia come organizzatore di cultura e che doveva rivolgersi necessariamente per tante questioni all’uomo che teneva in mano i destini dell’Italia e degli italiani.

 Pensare che il colloquio potesse essere tra pari è un malevolo fraintendimento di cui tutto il libro è nutrito; d’altronde, qualunque epistolario che abbia avuto come destinatario il duce non può che rilevare debolezze umane troppo umane e un inevitabile ossequio proprio di chiunque voglia ottenere qualcosa o spingere a fare qualcosa.

Per Gentile si trattava di avere l’appoggio necessario per costruire quella cultura italiana che avrebbe dovuto nazionalizzare le masse, mentre non altrettanto si può dire di coloro che si scopriranno antifascisti alla fine del fascismo e che al duce mandavano suppliche o richieste di denaro. Tra questi, su tutti, anche quel Norberto Bobbio che per cancellare dentro di sé l’inescusabile colpa, passerà il resto della sua vita a scrivere sciocchezze sul fascismo e sulla destra.

In conclusione, quello di Franzinelli è un libro di cui non si comprendono le ragioni della sua stesura, tranne quelle di un ormai stantio esercizio di antifascismo militante che però rende bene a quegli scrittori sponsorizzati dalla grande stampa. Soprattutto è un libro che non meritava di essere letto.


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Editoriale

 

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Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

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