Scuola di Pensiero Forte [114]: l’evoluzione politica dello Stato [9]

Sarà nell’Ottocento in particolare, con la scuola giuspubblicistica tedesca, a ribadire questa sorta di a-priorità dello Stato, il quale prende sempre più la forma di un organismo a sé stante, che ha una sua potenza, una sua sovranità, quasi dei suoi diritti sulla totalità dei cittadini. Per essere più precisi, persino al sovrano viene richiesto di cedere parte dei suoi diritti, di autolimitarsi, in favore della cosa pubblica, similmente a quanto accadeva già nella concezione greco-romana.

È proprio in questo periodo che compaiono nelle pubblicazioni politologiche concetti come “sistema”, “gruppi politici”, “regimi”, tutti in vario modo utilizzabili senza sminuire la necessità di fondo di una spiegazione scientificamente unitaria sull’esistenza storica delle istituzioni pubbliche. È anche il primo periodo in cui si sente parlare di “Stato contemporaneo”, tracciando un giudizio differenziale sulle forme politiche precedenti. Non dimentichiamo che l’Ottocento e il Novecento sono i due secoli dell’avvento della burocrazia, in cui gli apparati statali raggiungono un’organizzazione raffinata e complessa, occupandosi anche di ambiti in precedenza tralasciati o relegati a terze parti, come nel caso degli istituti di carità, per i poveri, per i fanciulli, per gli invalidi e via dicendo.

Si ponga mente ai nuovi fini dello Stato nello “Stato sociale di diritto”, ma pure all’attuazione delle classiche funzioni dello Stato di diritto liberale nella sua fase avanzata, di graduale emersione della liberaldemocrazia e di progressiva trasformazione dello Stato monoclasse in Stato pluriclasse. Su cui, per esempio, Oreste Ranelletti, spiegando “la parola di un concetto”, così si esprimeva nel 1912: «Per lo Stato di diritto si vollero

determinate più esattamente che fosse possibile e assicurate le vie, l’ampiezza, le condizioni, le forme dell’attività dello Stato, come la sfera libera degli individui, in maniera che ovunque l’attività statuale incontrasse quella di altre persone, ivi fossero una norma giuridica, che ne regolasse il rapporto e istituzioni che ne assicurassero l’osservanza»[1], Il che ci fa ben intendere come imboccando questa strada lo spazio storico da ritagliare allo Stato è davvero esiguo ed insoddisfacente per un “nome” così importante. Tanto più che, come Jellinek sosteneva[2], la costruzione della nozione scientifica di Stato non può

esulare dal confronto tra le varie forme concrete di Stato, succedutesi effettivamente nella storia per «porre a fondamento delle speculazioni scientifiche le manifestazioni della vita degli Stati nel loro complesso e nella loro varietà»[3], in tal guisa seguendo l’insegnamento di Aristotele, e ciò «rappresenta un postulato necessario per tutti i tempi e per tutte le discipline che si occupano dello Stato»[4].

Se da un lato il concetto cambiava forma, dall’altro persino le forme politiche concrete lo facevano: è il periodo del crollo delle grandi monarchie, l’arrivo delle repubbliche democratiche e liberali e, ad inizio Novecento, il sorgere dei grandi regimi totalitari. È interessante notare, senza pretesa alcuna di esaustività, che è nel momento in cui viene smarrita, per così dire, la concezione più pura e originaria di Stato che proprio lo Stato comincia a sgretolarsi. La filosofia del pensiero debole investe la politica, decostruisce gli assiomi in voga da secoli e lascia un cumolo di macerie dalle quale sorgerà, nel giro di poco, la democrazia così come oggi la conosciamo.

 

[1] O. Ranelletti, Diritto amministrativo, Napoli 1912, I, p.143.

[2] G. Jellinek, Dottrina generale dello Stato, tr.it. a cura di V. E. Orlando, Milano 1912, p.534.

[3] Ibid.

[4] Ibid


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Editoriale

 

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Destra divina che è dentro di noi

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