I due "canti proibiti"

Nella composizione dei Cantos ve ne sono due – il LXXII e il LXXIII – che Ezra Pound scrive direttamente in italiano. Non casualmente, ci sembra. Sono i cosiddetti ‘canti proibiti’ (di fatto, per lungo tempo, rimasero fuori da ogni antologia, troppo legati agli accadimenti e allo schierarsi dalla parte dei vinti, troppo compromettenti), ove il poeta, per sua espressa affermazione, li descrive: ‘questi due canti trattano di incontri con spiriti’. E si collocano nel breve intenso tragico momento in cui l’Italia, con lo sbarco alleato in Sicilia la caduta del Fascismo il 25 luglio l’armistizio (resa senza condizioni) dell’8 di settembre del ’43 e la nascita della Repubblica Sociale nel Settentrione (simile a un fragile vascello nella tempesta, per l’Onore d’Italia! e per fedeltà all’alleato tedesco e, soprattutto, per indossare, quale estremo sacrificio, la camicia nera…), è attraversata e devastata da due fronti l’un contro l’altro armati. Dove, senza esitazione alcuna e ben consapevole della posta in gioco, preserva il suo stare e denunciare la guerra del sangue contro l’oro. Ecco perché non si considera, pur essendo cittadino americano, traditore – egli si batte non contro il suo Paese, egli avversa il Governo che esprime gli interessi dell’usuracrazia, di chi per profitto e tassi d’interesse ha scatenato il conflitto. Illuso perché non gli sarà riservata alcuna comprensione, ché pietà l’è morta…

Filippo Tommaso Marinetti, il suo spirito – a Bellagio, sul lago di Como, il poeta, già sofferente di cuore, era morto il 2 dicembre del ’44, dopo aver composto poche ore prima Quarto d’ora di poesia della X Mas (‘rifiuto prometeico del Paradiso in nome del combattimento’ secondo la felice espressione di Giano Accame) – si manifesta a Pound chiedendogli in prestito il suo corpo per tornare a combattere. Nel medesimo canto irrompe l’invettiva di Ezzelino III da Romano a rammemorare il tradimento di Badoglio definito ‘quel mezzo-feto’ e l’avanzare feroce delle truppe alleate ‘lo sterco sale fino a Bologna – con stupro e fuoco, e dove il cavallo bagna – son marocchini ed altra immondizia’. Non fa certo sconti. Come non ne fa nel successivo secondo Canto ove, qui lo spirito è del poeta Guido Cavalcanti a descrivere la vicenda narrata dalle cronache di quei giorni – vera o falsa fosse la notizia, nulla conta, conta l’animo con cui Pound la fece sua -, di una giovane donna – ‘un po’ tozza ma bella’ - che, a Rimini stuprata da soldati canadesi, li aveva condotti su un campo minato, saltando in aria con loro. A dare voce a quella esaltante atmosfera di fede e di lotta, nonostante la sconfitta ormai prossima, l’annunciata ‘macelleria messicana’ di cui vuole farsi ed è interprete. ‘Nel settentrione rinasce la patria – Ma che ragazza! – Che ragazze – che ragazzi – portan’ il nero!’.

Poi, consegnato agli americani, ché un tribunale già da lunga data aveva spiccato a suo carico mandato di cattura, da due partigiani avidi di ricompensa, viene portato nei pressi di Pisa in un campo di prigionia USA. Qui egli prosegue la stesura con quei Pisan Cantos dell’opera sua ché l’anima di un poeta non cede alle catene, anzi sono quest’ultime a rendersi nel verso linfa vitale. Ad elevare la poesia oltre il tempo e le circostanze per divenire, tanto simile ad un cielo trionfo di stelle, patrimonio di tutti, delle vittime e dei carnefici…


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Editoriale

 

L'Italia e i diktat

di Adriano Tilgher

Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

Attacca, Boia!

1952, Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini (Antonietta), le sorelle Nava, Soubrettes, attrici e cantanti, portano in palcoscenico una satira bonaria del fascismo e del suo Duce con uno spettacolo che mutuava il titolo da un verso dell'opera lirica Tosca: Dinanzi a lui... Tre Nava tutta Roma. Le 4 sorelle figlie di Brugnoletto, (nome d'arte attribuito da Trilussa a Giuseppe Ciocca) e della circense Giorgina Nava, durante il Regime facevano parte della compagnia Teatrale di Nino Taranto Nel 1945 sono al fianco di Carlo Campanini e Alberto Rabagliati in Pirulì Pirulì, spettacolo firmato dal duo Garinei e Giovannini. Sino agli anni 70 le sorelle Nava saranno impegnate oltre che sui palcoscenici di tutta Europa anche in radio, cinema e tv calcando il palcoscenico al fianco di artisti come Totò, Macario, Carlo Dapporto e Nino Manfredi. Pinuccia leader del gruppo e capocomico, iniziava ogni spettacolo dando il via all'orchestra al grido di Attacca, Boia!

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