Il Re del mondo

Ho un dagherrotipo nel cassetto della memoria sgualcita, un cinema romano, il Capranica? La convention dell’U.M.I., fine anni ’60, in prima fila c’era lui, assai giovane rampollo di casa Savoia-Aosta, era lì da vicario di S.M. Umberto II esiliato nel Portogallo di Salazar, per anni Amedeo Duca di Savoia e d’Aosta ha rappresentato, per i monarchici, il trait d’union col re di maggio, la sua benedizione, da Villa Italia a Cascais, al movimento forgiato da un gigante, Sergio Boschiero.

Il fetore del pantano post 8 settembre ‘43 era ancora nauseabondo per le nari dei “belli come la vita, neri come la morte” quanto per “i partigiani della nuova Italia” e s’era radicato nella mente degli italiani, anche delle mammole bianco fiore sugli spalti, da quando, nel vortice della sconfitta militare,  re sciaboletta, inviso ad Alleati (soprattutto inglesi) e agli sbocciati antifascisti, se la svignò da Roma col “muratore” Badoglio. Forze Armate allo sbando, remake di Caporetto, collasso della trave italica spezzata in due, preludio al canto del cigno della monarchia in acque poi verso l’Egitto di Faruk il Faraone, a nulla servirà l’abdicazione al figlio erede troppo gentiluomo, la firma fu  genetica, quella di mollare tutto, corona e storia, senza singolar tenzone.

Scherzi della vita, per Amedeo, lasciare  l’ultima stanza proprio alla vigilia della festa della Repubblica nata con parto cesareo al Ministero dell’Interno, più schede scrutinate che votanti, strage di via Medina a Napoli ma non solo, il Risorgimento, l’Unità d’Italia, tanto invocata dal grigio Mattarella, messi in naftalina con la gentil bruna donzella battezzata Patria, mutilata di guerra nel triste 10 febbraio parigino del ‘47.

Anni giovanili de l’ “essere contro”, la BRUSChetta americana aveva passeggiato al Meridione, imposto la NATO, il modello yankee a samurai & garibaldini, i giapponesi nei film cadevano a fasci al pari degli indiani, jeans, chewing gum, James Dean, la ville lumiere spostata a via Veneto, il boom e noi in via Ludovisi, barbetta caprina un po’ alla Che la mia più folta quella di A. Tajani, l’essere monarchici pareva un patetico ruttino della Storia, eppure era per noi il sasso di David scagliato con la fionda.

Aleksandr Dugin ha disegnato un sacro imperium russo-euroasiatico, risveglio a mezzanotte d’una rivoluzione conservatrice nell’era dello sfinimento dell’essere postmoderno ormai sepolto sotto la catasta della tecnica onnipresente, sotto forme senza contenuto, onnivore madri e amanti del neoliberismo occidentale (pure l’Asia però non scherza). C’è una polvere d’oro antica trasportata da una brezza che si posa oltre l’epidermine creando sensazioni oniriche di miti, fuori del tempo che goccia, in una sfera impalpabile che tocca l’ora con l’eterno, l’immanenza e trascendenza di Florenskij, e avvertivi gli archetipi, il Re del mondo ci catturava il cuore, sarto dei destini del suo popolo, polena sulla prua  protesa verso Itaca, senza monarchia non c’era Patria, ma Paese non c’era Nazione ma Stato ingordo, non c’era unità ma caos.

La morte improvvisa di Amedeo ci ricorda quanto occorra attingere acqua fresca dal pozzo antico per dissetare ognuno e farlo sentire soggetto vivo d’una storia comune, tagliente l’aforisma di Francesco Crispi: “ La Monarchia ci unisce, la Repubblica ci divide” ed è un fatto l’abito arlecchino dei mille campanili cucito sui confini d’ogni pezza è imago di ritorno di secoli davvero bui per il nostro Paese, ai Savoia dobbiamo l’unità di un destino patrio entro i confini segnati dalla Storia, alla Repubblica la polverizzazione di valori sacri sciolti nel brodo insipido di ingredienti omogenizzati nel pensiero unico, assolutista, antidemocratico.

Chi scrive sa dei torciglioni di pancia dei  duri e puri chiusi al cesso a spiluccare cronaca e storia di 75 anni or sono, innamorati di Mazzini, di reduci imbalsamati a destra e sinistra,  icone comode di religioni vuote con le loro liturgie e sacrifici. Abbiamo fame di Melchisedech (“il mio re è Giustizia”), monarca e sacerdote dell’Altissimo, per sconfiggere il drago dell’oro, il falso re del nostro mondo.


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Editoriale

 

Riconquistare la sovranità

di Adriano Tilgher

Vedo un sistema di potere drammatico, anzi, addirittura tragico per le prospettive di vita che ci lascia intravvedere e che addirittura, in parte, annuncia. Poi mi accorgo che inizia a manifestarsi una complessa volontà di opposizione, talvolta anche radicale, ma che si agita scompostamente sia, per fortuna, con idee valide ma il più delle volte senza una prospettiva reale di lotta e di confronto che rischia di annullare tutti gli enormi sforzi che si producono.

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La Spina nel Fianco

 

Destra divina che è dentro di noi

Dall'archivio di "Strano ma Nero" voglio far uscire alcune perle che sono sicuro susciteranno stupore (e indignazione) in molti lettori, voglio parlare di un uomo che Pietrangelo Buttafuoco ha definito "Il più ruvido incazzoso squadrista che mai calendario abbia potuto avere”, Francesco Forgione, meglio conosciuto come San Pio da Pietrelcina. Forgione nasce a Pietrelcina, provincia di Benevento, il 25 maggio 1887.  Il 22 gennaio 1903, a sedici anni, entra in convento e da francescano cappuccino prende il nome di fra Pio. Diventa sacerdote sette anni dopo, il 10 agosto 1910. Nel 1916 i superiori pensano di trasferirlo a San Giovanni Rotondo e qui, nel convento di S. Maria delle Grazie, ha inizio per Padre Pio una straordinaria avventura di taumaturgo e apostolo del confessionale. Il 20 settembre 1918 il cappuccino riceve le stimmate della Passione che resteranno aperte, dolorose e sanguinanti per ben cinquant’anni.

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