La morte di Franco Battiato

Teatro Olimpico, febbraio 1981

La morte di Franco Battiato, improvvisa ma di certo non inaspettata, mi ha indotto a rimandare ad altra occasione l’articolo che avevo in mente e che avevo annunciato di come Robert Brasillach guardasse ed elevasse Josè Antonio, il giovane fondatore della Falange, a simbolo della giovinezza eroica e del sangue generosamente versato in nome di una Idea che trascende la limitatezza della condizione umana. In quella terra di Spagna che entrambi amavano, Josè Antonio per esservi nato e aver lottato in nome di quella “unità di destino nell’universale” e Brasillach ché in essa vi scopriva le sue origini catalane forse moresche. Poi “con le strade brulle e rosse” diventate a me care e vissute ormai indelebili nella memoria mi sento partecipe e coinvolto… Della morte di Franco Battiato, anche su Il Pensiero forte, s’è scritto riprodotte sue immagini testi delle canzoni parole commosse o di distinguo – inevitabili le une e, in qualche misura, le altre – ed io stesso, nell’immediatezza, non mi sono sottratto. E non m’ero sottratto già nel 1982, quando Battiato cominciava ad essere conosciuto e familiare e condiviso anche là dove la musica alternativa era strumento di lotta e di esperienze comunitarie. Ezra Pound testimone e poeta, esile libro e fra gli esordi di uno scrivere che mi sarebbe poi divenuto e carne ed ossa e sangue, lo citava e gli riconosceva, magari confusamente, “qualcosa” di nostro. Non vi tornerò - lo dico non per civettuola e ipocrita modestia verso uno scrivere ancora “rudimentale” – perché per anni ad altri testi e ad altra musica ci avrebbe offerto serate d’ascolto – ricordo il Palazzetto dello Sport ad Udine dove mi trovavo in qualità di commissario esami di maturità o in Vaticano nella Sala Nervi con mio figlio Emanuele, ad esempio.                         

Qui voglio ricordare un tardo pomeriggio di febbraio, 1981, al Teatro Olimpico ove Battiato si esibiva, credo per la prima volta, in un concerto che doveva sancire la sua entrata nei circuiti ufficiali dopo tanta sperimentazione musicale e gavetta in centri sociali e affini. Dopo una apparizione in televisione e dove aveva proposto L’era del cinghiale bianco. Proprio ascoltando per caso la sua apparizione sul piccolo schermo – non sono mai stato teledipendente - che mi tornò a mente quanto aveva espresso René Guénon, in Autorità spirituale e potere temporale sul significato simbolico del cinghiale (“…il cinghiale e l’orso, secondo un simbolismo di origine iperborea che si ricollega a una delle tradizioni più antiche dell’umanità, se non addirittura alla prima di tutte, alla vera tradizione primordiale”, Rusconi Editore, 1972).                                         

Non mi fu difficile convincere alcuni giovani amici e camerati quanto fosse doveroso essere presenti e come, ascoltandone il nastro e puntualizzando alcuni suoi passaggi con interventi mirati, si imponesse un gesto un riconoscimento un inizio nuovo. Così avvenne tra lo sconcerto il malumore degli organizzatori, che chiamarono le guardie, e il pubblico di compagni allibiti e offesi. Battiato, poi, ci mise il suo carico. Dopo che aveva eseguito Aria di rivoluzione e s’erano levati pugni scanditi slogan ‘Rivoluzione! Rivoluzione!, rispose che non l’avrebbero certo fatta loro o qualcosa di simile. Ne ho scritto in E venne Valle giulia, di cui riporto solo la considerazione finale: “Prospettiva Nevski si conclude – E il mio maestro m’insegnò come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire -. Nietzsche, Heidegger si erano espressi con i medesimi accenti e, nel film Cabaret, la giovanissima camicia bruna canta Il domani appartiene a noi”.                      

Nei concerti che seguirono in tante parti d’Italia, fra il pubblico, apparvero bandiere con la croce celtica… non risposta, in questo rammemorare, a coloro che dissentono e riportano parole e atteggiamenti di Battiato, di cui poco o nulla mi frega fare i pro e i contro. So, però, che il regno delle emozioni, le quali appartengono al linguaggio del corpo e antecedono il pensiero riflettente, si è arricchito tramite i suoi testi, la sua musica e questo, per quanto mi riguarda, m’è sufficiente e d’avanzo.


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Editoriale

 

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