Je suis partout

S’è detto, nel numero precedente, come sia nato si sia sviluppato le caratteristiche la vicenda e l’esito di Je suis partout, il giornale a cui ha dato personale contributo Robert Brasillach. Dal maggio del ’36, alla vittoria alle elezioni del Fronte Popolare, assume il carattere di rivista militante, di autentica forma di socializzazione in uno dei caffè di place Denfert-Rochereau, a Parigi, abituale ritrovo della redazione. Non c’è da stupirsi. E’ la stagione feconda delle élites. In via Paolo da Cannobio, a Milano, intorno ad un foglio di lotta, il Popolo d’Italia, il cui direttore mostra sulla scrivania la pistola e una bomba a mano, alla parete un gagliardetto nero con teschio e pugnale fra i denti, si sono riuniti un pugno di arditi futuristi socialisti rivoluzionari, cavalli di Frisia moschetti modello ’91 nella rastrelliera, con il fuoco nella mente e impavido il cuore da gettare oltre l’ostacolo. Reduci della Grande Guerra, giovani desiderosi di mettersi alla prova, lesti di mano e di parola. Un essere da esempio in tante parti di un continente inquieto ed irrequieto. Un oscuro e dispregiato come imbianchino di Vienna, partendo da una birreria di Monaco, una tavolata di seguaci agli esordi, in pochi anni, stringerà con ferrea volontà e consenso popolare la Germania intera. E ulteriori esempi non mancano…

Maurice Bardèche fu amico e cognato di Brasillach, con il quale aveva già scritto una pregevole Storia del cinema (1935) e nel 1939 alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale una Storia della guerra di Spagna (mai edita in Italia; ne dovrebbe uscire in Germania la traduzione a cura dell’amico Ansgar S. e voglio qui ringraziarlo per avermi fatto dono di una copia in francese). Superata indenne l’intemperia, che vide Brasillach condotto al palo dei condannati a morte da un tribunale più simile ad una resa dei conti del vincitore sul vinto (il 25 aprile e mesi a succedersi non furono meno feroci e “ingiusti” per coloro che da noi scelsero “la parte sbagliata”!), rifletteva su quel conflitto di cui avevano scritto – di una guerra civile in una terra da entrambi tanto amata. Annotava come termini quali “fascismo” e “antifascismo” avessero preso un significato più preciso, delineando due fronti, l’un contro l’altro armati, che si sarebbero presto scontrati in un fragore e sconvolgimento mortale, trasformando gli uomini e le idee in nemici inconciliabili e tesi ad annientarsi. “Nel mese di luglio 1936 si fecero scelte che dominarono intere esistenze”. Una sorta di destino ineludibile. E noi, che ci sentimmo attratti da una di quelle parti in lotta – forse modesti eredi – ci diciamo che abbiamo scelto per non essere scelti e abbiamo scelto e per sempre.

Inconsapevolmente, almeno all’inizio, sta il nostro amore verso la Spagna – come per la Germania che, del resto, si fondono nella mia storia personale in sentimenti ed emozioni a cui sono rimasto fedele nella memoria, nonostante il trascorrere del tempo e di nuovi sentimenti ed emozioni. Anche in ciò rende il legame con Brasillach profondo e fraterno, quella “la notte di Toledo”, ad esempio, secondo capitolo de La ruota del tempo o quanto egli scrive su Je suis partout in memoria di Josè Antonio, giovane fondatore della Falange e fucilato dai “rossi” ad Alicante, novembre ’36… Ne trarrò motivo per un ulteriore articolo.


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Editoriale

 

L'Italia e i diktat

di Adriano Tilgher

Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

Attacca, Boia!

1952, Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini (Antonietta), le sorelle Nava, Soubrettes, attrici e cantanti, portano in palcoscenico una satira bonaria del fascismo e del suo Duce con uno spettacolo che mutuava il titolo da un verso dell'opera lirica Tosca: Dinanzi a lui... Tre Nava tutta Roma. Le 4 sorelle figlie di Brugnoletto, (nome d'arte attribuito da Trilussa a Giuseppe Ciocca) e della circense Giorgina Nava, durante il Regime facevano parte della compagnia Teatrale di Nino Taranto Nel 1945 sono al fianco di Carlo Campanini e Alberto Rabagliati in Pirulì Pirulì, spettacolo firmato dal duo Garinei e Giovannini. Sino agli anni 70 le sorelle Nava saranno impegnate oltre che sui palcoscenici di tutta Europa anche in radio, cinema e tv calcando il palcoscenico al fianco di artisti come Totò, Macario, Carlo Dapporto e Nino Manfredi. Pinuccia leader del gruppo e capocomico, iniziava ogni spettacolo dando il via all'orchestra al grido di Attacca, Boia!

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