Brasillach e Je suis partout

Il 29 novembre 1930 appare il primo numero di Je suis partout, edito in principio da Arthème Fayard, nome noto all’editoria francese fra le due guerre, proprietario ad esempio del prestigioso Candide. Lo scopo è di informare i nuovi auspicabili lettori su ‘la vita, la politica, le arti, il pensiero di tutte le nazioni’ in dieci pagine, formato da grande quotidiano. Primo direttore Pierre Gaxotte, amico e collaboratore di Charles Maurras, vicino all’Action française e storico ‘revisionista’ della Rivoluzione dell’89. Fra i suoi redattori, un anno dopo, a soli ventidue anni, inizialmente quale critico di teatro e del cinema, Robert Brasillach. Saranno i moti del ’34 (‘i morti di febbraio’ su cui tornerà negli ultimi versi, nella cella 77) ad impegnarlo nella lotta politica e, il 13 giugno del ’37, divenuto capo redattore inaugura una rubrica dal titolo Lettre à une provinciale. Nel frattempo, siamo nel maggio del ’36, il responso delle urne annuncia la vittoria del Fronte Popolare e l’ebreo Léon Blum ne diviene primo ministro. Je suis partout ha intanto radicalizzato le sue posizioni. Ne consegue che sabato 9 maggio una ‘manchette’ sul giornale avverte la sua fine: ‘le elezioni non hanno risposto al nostro impegno e le circostanze materiali non permettono di proseguire una pubblicazione che, avendo vissuto sempre senza alcun tipo d’aiuto, non è più in grado di sostenersi’. Non sarà così. Il sabato successivo Je suis partout sarà in edicola e lo sarà fino alla vigilia dell’entrata del generale de Gaulle e degli Alleati a Parigi, il suo ultimo numero è datato 16 agosto 1944, nove giorni prima appunto.

Stanco e malato – morirà pochi mesi dopo – l’editore Fayard cede la proprietà a suo genero e costui, la radicalizzazione del giornale non facilita certo le vendite, ne cede i diritti alla redazione che, di fatto, lo trasforma in forse la prima vera esperienza di socializzazione. Soprattutto diviene la voce più robusta diffusa combattiva di quella ‘tentazione fascista’ che imboccherà la via della collaborazione, nella Parigi occupata dai tedeschi dopo la disfatta del giugno ’40. Strada senza ritorno ove i vinti devono pagare il prezzo della ‘scelta sbagliata’. Ciò varrà in primo luogo per Brasillach, anche se, entrato in rotta di collisione con il resto della redazione, si era dimesso dopo aver pubblicato l’ultimo articolo il 27 agosto ’43, in cui si congeda dai lettori ‘diversi miei progetti sono ostacolati ancora adesso da troppi impegni ed essi richiedono che io mi ci dedichi con maggiore e costante cura. Concludo, dunque, le mie funzioni di capo redattore’. È vero, solo in parte. Egli avverte in sé quella mancanza di tempo per riprendere appieno l’aspirazione originaria, essere un narratore. C’è, però, la consapevolezza che gli ideali i sogni che ha coltivato, in primo luogo il ruolo della Francia a fianco della Germania per un nuovo ordine europeo, rimangono appunto e ideali e sogni, a cui non intende negarsi (quel Fascismo ‘immenso e rosso’ gli sarà compagno fedele, per onestà morale e coerenza, fin davanti al plotone d’esecuzione al palo dei condannati a morte – ed è un lascito da non disprezzare, in questo tempo malo) ma che vano è ogni trionfalismo e odio e sterili rancori, di cui sembra nutrirsi ormai il giornale. Di fronte alle rovine non ha più senso, ha perso la misura e il segno. D’altronde, ne Il nostro anteguerra, scrivendo della sua esperienza da giornalista annota ‘… noi sapevamo che Je suis partout era soprattutto il foglio della nostra amicizia, del nostro cameratismo, del nostro amore per la vita’. Parole di un poeta più che di un mestierante della politica, abituato per convenienza ed indole a spartire buoni e cattivi. E, anche per questo, lo sentiamo a noi prossimo (su Je suis partout e, ovviamente, su Brasillach nella sua veste da giornalista vi torneremo).                          


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Editoriale

 

L'Italia e i diktat

di Adriano Tilgher

Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

Attacca, Boia!

1952, Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini (Antonietta), le sorelle Nava, Soubrettes, attrici e cantanti, portano in palcoscenico una satira bonaria del fascismo e del suo Duce con uno spettacolo che mutuava il titolo da un verso dell'opera lirica Tosca: Dinanzi a lui... Tre Nava tutta Roma. Le 4 sorelle figlie di Brugnoletto, (nome d'arte attribuito da Trilussa a Giuseppe Ciocca) e della circense Giorgina Nava, durante il Regime facevano parte della compagnia Teatrale di Nino Taranto Nel 1945 sono al fianco di Carlo Campanini e Alberto Rabagliati in Pirulì Pirulì, spettacolo firmato dal duo Garinei e Giovannini. Sino agli anni 70 le sorelle Nava saranno impegnate oltre che sui palcoscenici di tutta Europa anche in radio, cinema e tv calcando il palcoscenico al fianco di artisti come Totò, Macario, Carlo Dapporto e Nino Manfredi. Pinuccia leader del gruppo e capocomico, iniziava ogni spettacolo dando il via all'orchestra al grido di Attacca, Boia!

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