L’Italia com’è e come dovrebbe essere

È imbarazzante leggere i quotidiani italiani. Tutte notizie senza alcuna rilevanza in prima pagina. Oggi fa da padrone il calcio con il campionato e la fine della super lega: un tentativo delle squadre ricche di decollare in imitazione dell’attuale sistema di potere.  Tentativo fallito ma emblematico della volontà razzista e monetariamente selettiva dell’attuale società che ci propone un unico mito, un solo valore: la ricchezza e il denaro. Il tutto con la borsa che dà il suo consenso.

Tutto il resto non conta; il resto, quello cioè che non è funzionale ai nuovi signori del mondo, non viene citato ma dominano solo i falsi riferimenti che si suppone gratifichino l’edonismo della gente comune, soprattutto quella educata dalla televisione di sistema.

Poi ecco subito i dati stucchevoli, ma che creano l’effetto voluto della paura, sulla pandemia, senza specificare come si individuano i contagiati perché, se il criterio è il tampone molecolare, l’associazione mondiale dei patologi clinici ha determinato che se il risultato è positivo c’è una percentuale di errore variabile tra il 70 e il 90%, e senza specificare se i morti sono di covid o con il covid. Con questi dati approssimativi e spesso contraddittori ci impongono molteplici provvedimenti che arrecano notevoli danni, non solo all’economia nazionale ma anche alle persone ed in particolare ai giovani che, già indeboliti dalle trasformazioni antropologiche antiumane, che tenta la società contemporanea, stanno soffrendo danni psicologici che possono compromettere il loro futuro.

Non una parola ho letto sulla data di oggi, 21 aprile, Natale di Roma, origine delle nostre radici più profonde e più sacre, da cui trarre la forza e l’ispirazione per ricreare lo spirito comunitario indispensabile per la rinascita dell’Italia.

Invece, sono giorni, e anche oggi avviene, che si fa riferimento ad una delle più infauste date della nostra storia nazionale: la data in cui inizia l’occupazione completa dell’Italia da parte di eserciti stranieri, 25 aprile. Occupazione che ancora dura con oltre 20.000 soldati ed 8 basi di occupazione, in territorio italiano, fornite quasi tutte di testate nucleari, fuori da qualsiasi controllo delle autorità italiane che, in caso di guerra, ci rendono il principale obiettivo degli attacchi nucleari o convenzionali da parte del nemico. Questo nell’attesa di festeggiare la data che ci rende lo zimbello del mondo.

Pare che in Italia vada tutto bene, non si parla della disoccupazione dilagante, dell’economia in ginocchio, del settore turistico distrutto, delle decine di migliaia di nuovi fallimenti, dei numerosissimi esercizi commerciali chiusi in modo definitivo, con il grande artigianato italiano ormai al collasso, con i potentati stranieri che vengono in Italia a comprarsi tutto e di tutto senza che ci sia alcun intervento statale che impedisca tali  processi di dissoluzione, con le decine di migliaia di Italiani che abbandonano l’Italia per cercare fortuna altrove..

Nulla viene detto di quanto di drammatico sta accadendo ai confini della Russia e dell’Ucraina, dove si confrontano, per ora in modo silente, gli eserciti; una situazione che potrebbe esplodere da un momento all’altro e che potrebbe condurci in un conflitto senza precedenti e di cui siamo destinati a diventare il primo obiettivo per le ragioni espresse prima.

Cose bruttissime, tremende ma non utili per i padroni di casa nostra. L’importante è tenerci chiusi in casa, terrorizzati per la pandemia, vittime di odio fratricida che ci impedisca di ricostruire una solida identità nazionale, pronti a distrarci con le partite di pallone e ad intossicarci con i deprimenti spettacoli che ci propinano le televisioni.

Se vogliamo che tutto questo finisca dobbiamo metterci insieme tutti quanti con un grosso progetto politico che ci porti a cambiare le scelte di vita. Non temere, ma tornare liberi, uscire dall’apatia indotta per riuscire a godere delle nostre bellezze, ritornare protagonisti della nostra storia per coltivare i normali sogni di una nazione che deve, finalmente, tornare libera.


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Editoriale

 

L’attacco alla scuola

di Adriano Tilgher

La prima vittima dell’attacco all’integrità del nostro popolo è la scuola.

Noi eravamo orgogliosi della nostra scuola, del tipo di formazione che dava ai nostri giovani, della qualità dei quadri che ne venivano fuori in tutti i campi e in tutti i settori, del senso critico, della libertà di pensiero profondo, delle capacità di analisi, di sintesi dei nostri giovani che permetteva loro di emergere ovunque si applicassero ed ovunque andassero.  La nostra scuola era ammirata e studiata da tutti e questo era uno dei principali elementi di invidia nei nostri confronti.

Infatti, quando l’Italia ha perso la guerra, le nazioni vincitrici ed i loro complici di casa nostra hanno iniziato a picconare tutte le colonne portanti del nostro incommensurabile patrimonio culturale materiale ed immateriale e prima fra tutte la scuola. Non è un caso che la prima sovranità che è stata messa sotto attacco è stata quella culturale.

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La Spina nel Fianco

 

TSO di Stato

Fano, Istituto Tecnico Commerciale Adriano Olivetti, una scuola che vanta una storia secolare, apprendiamo dal sito ufficiale che è operativo dal lontano 1861, circa un secolo dopo alla morte di Adriano Olivetti, prenderà l’attuale nome in memoria del grande imprenditore Italiano, che si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale devesse essere reinvestito a beneficio della comunità.

Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, e fra produzione e cultura, idee maturate da quelle di Rudolf Steiner. (Vi sono dei riscontri di finanziamenti a movimenti steineriani ed alla stampa antroposofica). Dal sito ufficiale apprendiamo che l'istituto: “offre grandi spazi in cui imparare, divertirsi ed osservare il mondo circostante. (..) La missione dell’Istituto Olivetti è (..) essere innovativi e sapere insegnare alla nuova generazione come affrontare il mondo del lavoro e la realtà di tutti i giorni. (..)”.

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