I morti di febbraio

Nella cella n.77 dei condannati a morte Robert Brasillach, stretto in sette chili di catene che non gli vengono mai tolte, s’appresta a trascorrere la notte gelida, la sua ultima notte. E’ il 5 febbraio del ’45. Nel pomeriggio il suo avvocato, Jacques Isorni, è venuto a trovarlo. Ha il compito grave di comunicargli come la richiesta di grazia, a firma di tanti intellettuali, è stata respinta dal generale de Gaulle, ma gli mancano le parole. L’esecuzione avverrà il giorno successivo al forte di Montrouge. Gli si legge in faccia, però. Brasillach l’intuisce, sorride con quello sguardo triste con cui abbiamo imparato a conoscerlo in fotografie ove, dietro gli occhialetti rotondi, appare il volto di un ragazzo mai divenuto adulto. Non ha ancora trentasei anni. Rivolto al detenuto che svolge mansioni da barbiere: ‘E’ meglio che ritorni domani mattina’, gli dice e a Isorni che avrebbe voluto condividerne le ore estreme, restargli a fianco - il ferreo regolamento del carcere di Fresnes non lo consente – ‘Essere solo. Ne avrò tutto il tempo. E’ bene che mi ci abitui’.

Per scrivere ha infilato il pennino nel beccuccio della pipa. Scrivere come vittoria sulla morte, la poesia che preserva il nome e l’opera, come pensavano i greci.  E’ stata la sua passione fin da adolescente, dono raro, promessa sicura. Anche ora. Si trascina sul letto e compone quattro versi dedicati Ai morti di febbraio: ‘Le ultime fucilate continuano a lampeggiare – nel giorno indistinto là dove sono caduti i nostri. – Con undici anni di ritardo sarò, dunque, fra voi? – Penso a voi, stasera, o morti di febbraio!’. E, la mattina successiva, mentre viene tradotto al palo dei condannati a morte, dove l’attendono dodici bocche da fuoco avide del suo sangue, rivolgendosi a Mirelle Noel ‘Oggi è il 6 febbraio: penserete a me e con me ricorderete anche gli altri che sono morti undici anni fa, questo stesso giorno’.

La giovinezza la ricerca della felicità possibile l’amicizia, sono questi i temi cari alla sua scrittura, anche questo un dono raro, in stagioni ove domina il colore grigio di angosce e di sconfitte, di pessimismo e di pandemia dello spirito. E, dietro le sbarre e i chiavistelli del carcere di Fresnes, la fierezza e la speranza. La memoria rivolta al ‘fratello dal collo mozzato’, il poeta Andrea Chenier, vittima del Terrore durante la Rivoluzione francese; a José Antonio, giovane fondatore della Falange, fucilato nel carcere di Alicante il 20 novembre del ’36. E a quei morti di febbraio, corrosi dalla usura del tempo.

Il 6 febbraio 1934, a Parigi, dopo giorni di proteste e manifestazioni in tutta la Francia contro il clima di corruzione e di scandali (l’ultimo quello finanziario e il più eclatante dell’ebreo polacco Stavisky, trovato suicida – ma si parla apertamente di un omicidio per impedirgli di parlare, scandalo che coinvolge alti esponenti della politica e delle istituzioni) imperante la crisi economica, viene indetto un corteo dall’Unione nazionale dei combattenti e a cui aderiscono le varie realtà della Destra e numerosi i comunisti, soprattutto giovani, per contestare l’insediamento del nuovo governo e prendere d’assalto la sede del Parlamento, il palazzo Borbone. A piazza della Concordia la gendarmeria apre il fuoco e sotto il piombo della polizia vengono uccisi una quindicina di manifestanti, centinaia i feriti. Drieu la Rochelle nel romanzo Gilles, fortemente autobiografico, ne descrive con tratti forti e coinvolti le varie fasi e l’illusione di poter trasformare i moti di piazza in rivoluzione, l’incontro di due grandi ondate, quella patriottica e quella comunista. ‘Comunisti, patrioti: non è la stessa cosa’. (così scrive) ‘Tuttavia ben vicini, gli uni e gli altri… si cantava alla rinfusa la Marsigliese e l’Internazionale. Avrei voluto che quel momento fosse durato per sempre’. (piccolo inciso, a Valle Giulia il 1° marzo ’68 noi c’eravamo).

Robert Brasillach ne parla ne Il nostro anteguerra. Uscito da teatro vede ‘un autobus rovesciato… E tutto d’un tratto… ci venne incontro una folla enorme, automobili stracariche di grappoli d’uomini e di donne passavano suonando il clacson, anziane signore cominciarono a correre, dandosela a gambe. Capimmo subito che non si trattava più di una manifestazione, ma di una vera e propria rivolta’. E prosegue, dando atto a Drieu d’aver ‘perfettamente compreso quella notte esaltante’, ma anche – Il nostro anteguerra è composto cinque anni dopo, quando Brasillach è sotto le armi e quando ormai la sua scelta s’è resa inequivocabile – che coloro che l’avevano indotta, da destra e da sinistra, o erano piccoli borghesi timorosi o beoti asserviti a Mosca che imponeva la costituzione di fronti popolari antifascisti. Fino a quella notte, va detto, egli s’era poco curato della politica, prediligendo il cinema e il teatro di cui era critico attento. Quella notte – e i morti di febbraio – rappresentano la scelta, quel correre senza esitazione alcuna verso il destino anche se il traguardo, nella coincidenza emblematica della medesima data, sarà la sciarpa rossa al collo , la fotografia della madre sul cuore, lo sguardo rivolto al cielo, il grido lancinante e fiero ‘Courage!’ e la grossa goccia di sangue generosamente versato che, scendendo sulla fronte, venne raccolta da Jacques Isorni ‘per quelli che lo amano’… Per noi che lo avvertimmo il fratello più caro e, anche suo tramite, scegliemmo e per sempre di condividere ‘ce mal du siècle le Fascisme’.


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Editoriale

 

L'Italia e i diktat

di Adriano Tilgher

Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

Attacca, Boia!

1952, Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini (Antonietta), le sorelle Nava, Soubrettes, attrici e cantanti, portano in palcoscenico una satira bonaria del fascismo e del suo Duce con uno spettacolo che mutuava il titolo da un verso dell'opera lirica Tosca: Dinanzi a lui... Tre Nava tutta Roma. Le 4 sorelle figlie di Brugnoletto, (nome d'arte attribuito da Trilussa a Giuseppe Ciocca) e della circense Giorgina Nava, durante il Regime facevano parte della compagnia Teatrale di Nino Taranto Nel 1945 sono al fianco di Carlo Campanini e Alberto Rabagliati in Pirulì Pirulì, spettacolo firmato dal duo Garinei e Giovannini. Sino agli anni 70 le sorelle Nava saranno impegnate oltre che sui palcoscenici di tutta Europa anche in radio, cinema e tv calcando il palcoscenico al fianco di artisti come Totò, Macario, Carlo Dapporto e Nino Manfredi. Pinuccia leader del gruppo e capocomico, iniziava ogni spettacolo dando il via all'orchestra al grido di Attacca, Boia!

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