Scuola di Pensiero Forte [112]: l’evoluzione politica dello Stato [7]

La questione della sovranità merita ancora un’osservazione, perché è un elemento determinante di tutta la storia dell’evoluzione politica della società ed è oggi uno degli argomenti più dibattuti e combattuti.

Se osserviamo con uno sguardo più filosofico la sovranità, possiamo notare come essa sia a tutti gli effetti la messa in pratica del principio per il quale il potere appartiene al popolo, come già abbiamo detto, ma scendendo con maggiore attenzione in questo dettaglio non di poco conto, riusciamo a scorgere che se è il popolo a detenere la sovranità, allora il potere appartiene al popolo a tutti gli effetti; queste parole però stridono la i fatti concreti, tant’è che vediamo che il potere è in mano a pochi, ad una ridotta oligarchia non di saggi ma di aguzzini e criminali corrotti e perversi, il cui scopo non è certo quello di perseguire il Bene Comune di tutti.

Guardiamo ancora più a fondo: cosa significa questa “proprietà” del potere? Come si passa dalla sua potenzialità al suo esercizio? Perché viviamo una fattuale ingiustizia che da secoli si perpetra e sembra non esserci verso di uscire da questo circolo vizioso di sottomissione, ingiustizie, violenze? È esattamente questo il cuore del problema che vogliamo affrontare.

La sovranità di per sé non è niente. Essa è un meccanismo teorico-pratico del potere, una definizione dottrinale, una pratica possibile, ma non è niente, non ha vita propria e non gode di autonomia. È sempre riferita ad un soggetto che la fa vivere, per così dire, e non può slegarsi da questo vincolo altrimenti non sussisterebbe. Già abbiamo visto come il potere stesso abbia bisogno di questo humus ed in generale tutta la suddivisione politica della società non può che essere tale se non che in virtù delle persone che la compongono. La forma della delega è il vincolo di cui parliamo: un soggetto cede ad un altro soggetto il potere, in questo caso la sovranità, secondo un accordo o un contratto di tipo politico, affinché il secondo soggetto eserciti al di sopra degli altri quelle prerogative che non sono sue di natura in base alla quantità, ma che gli sono state affidate.

Ora, mettiamo caso che un certo numero di persone decidono di non delegare più la loro sovranità, preferendo di tenerla per sé, organizzandosi magari in maniera diversa rispetto a come è strutturata la società in cui vivono. Cosa avviene in questo caso? Nella teoria, niente di strano: in virtù della libertà fondamentale proprio dell’ontologia di ciascun essere umano, questi soggetti stanno esercitando ciò che per natura gli è proprio. Nell’atto pratico, invece, stiamo parlando di una sovversione dello status quo del sistema potere-società. Questo tipo di cambiamenti, infatti, avvengono quasi sempre in maniera violenta perché violento è il meccanismo di delega e subordinazione che il potere genera fra i soggetti, ed è per questo motivo che ogni forma di riappropriazione della propria dignità politica – così la chiameremo – è considerato un atto rivoluzionario, addirittura pericoloso per il sistema costituito. Il pericolo è reale, perché è esattamente in questo momento di rottura e di liberazione che avviene quel cambiamento che costituisce il principio di una rinascita e di un risveglio sociale.

La Storia ce lo insegna: tutti i grandi cambiamenti sociali sono iniziati da un’acquisizione di consapevolezza interiore, da un “riprendersi” ciò che ci appartiene per statuto naturale, uscendo fuori da un sistema più o meno organico di potere dove si è delegato a qualcun altro l’esercizio delle personali attitudini. Ecco perché la sovranità è sotto un certo punto di vista altamente problematica, perché non può stare in un campo di esistenza limitato e di per sé rappresenta il pericolo più alto di sovversione di un ordine politico e sociale.

Viene da domandarsi allora: a cosa serve delegare l’esercizio del potere? L’acquisizione di consapevolezza e risveglio politico passa da questo interrogativo.

 

 

 


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Editoriale

 

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