L'interruttore cognitivo

L’interruttore cognitivo, in psicologia, è un meccanismo che desta o risveglia l’attenzione, un concetto o una parola in grado di polarizzare nel senso voluto coloro a cui ci si rivolge. La stucchevole polemica antifascista di queste settimane è diventata l’interruttore cognitivo dell’immaginario nazionale.  Matteo Renzi si è iscritto ad una “anagrafe antifascista”, molti comuni votano mozioni con cui proibiscono gli spazi municipali a non meglio identificati fascisti, qualche città revoca con 75 anni di ritardo la cittadinanza a suo tempo conferita a Benito Mussolini. Non passa giorno senza solenni professioni di antifascismo da parte di esponenti politici di vario orientamento. Per non farci mancare nulla, un quotidiano romano ha pensato di reagire a suo modo, proponendo un’iniziativa uguale e contraria, l’anagrafe anticomunista. Temiamo che anch’essa avrà un discreto successo, come troppe idee inutili o ridicole. Il congegno dell’interruttore cognitivo deve essere ben noto ai capi tifosi della città di chi scrive. Le due squadre di calcio locali sono divise da fierissima rivalità e allo stadio, quando le cose non vanno bene e il morale degli appassionati è basso, gli ultras del tifo organizzato giocano l’ultima carta per rianimare le gradinate, intonando cori di insulto verso gli odiati “cugini”. Di colpo, migliaia di cervelli si riaccendono, altrettante gole riprendono a urlare, vomitando slogan contro l’altra sponda, incuranti di quanto accade sul campo di gioco. Ci sembra che stia accadendo qualcosa di simile nell’Italia del 2018. Dimentichi dei mille problemi della nazione, abbandoniamo il dibattito sui fatti reali, lanciando anatemi contro un nemico lontano e immaginario. Proprio questo è l’elemento più sconvolgente: la mobilitazione antifascista, con tanto di cortei, fronti corrugate, espressioni di intenso moralismo e mozioni dei sentimenti, è rivolta contro qualcosa che non esiste, l’Isola-che-non-c’è. Tutt’al più, ci sono alcuni cretinetti abitatori dell’universo virtuale che scrivono stupidaggini sulle reti sociali. L’immensa maggioranza di costoro non milita in alcuna organizzazione né svolge attività politica o culturale, esattamente come gli odiatori da tastiera di opposto orientamento: non ne hanno la forza né la capacità. Restano di straordinaria attualità alcune frasi di Carl Schmitt nel Concetto discriminatorio di guerra. La forma mentis relativista dell’Occidente moderno esige, per accettare l’idea di nemico, la mobilitazione di forze morali comprensibili solo in una crociata. Necessita di una motivazione prepolitica che degradi l’avversario a criminale, nemico dell’umanità, indegno quindi di vivere, una sorta di pirata cui non può essere attribuita alcuna legittimità e diritto civile. Il fascista, vero e soprattutto presunto, assolve egregiamente al ruolo assegnato dai manovratori dell’opinione pubblica. Qualche mente bacata riesce persino nell’impresa di assomigliare, fisicamente e sul piano comportamentale, al Nemico Assoluto costruito a tavolino da chi sa attivare a proprio vantaggio l’interruttore cognitivo. Il vero dramma non è dunque la divisione tra italiani, il passato che non passa o la riproposizione di schemi anacronistici, ma il fatto che sotto il tappeto di una questione – fascismo-antifascismo- destituita di senso, l’Italia nasconda la polvere di una decadenza ignobile, una mancanza di progettualità che toglie il fiato, l’impossibilità o il disinteresse ad affrontare i suoi problemi e risolverli. Ha ragione chi ha chiamato il nostro presente l’inverno della democrazia. Meraviglia e delude profondamente che troppi italiani non si accorgano di essere trascinati in odi, rancori, divisioni fondati sul nulla da mestatori di professione, al servizio dei troppi nemici, esterni e domestici, di questa nazione ferita. L’unico paragone che ci sovviene è quello con gli ultimi giorni di Bisanzio assediata dai Turchi. Ormai ridotta ad una città di 50 mila anime al termine di una storia gloriosa e un millennio da capitale dell’Impero Romano d’Oriente, i suoi estenuati intellettuali, alla corte del povero Costantino XI, discutevano del sesso degli angeli. Arrivò Maometto II il conquistatore e sciolse il dilemma a filo di scimitarra. La finis Italiae ci coglierà mentre litighiamo su Benito Mussolini, partigiani e squadristi al canto di Giovinezza e Bella Ciao?


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Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

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La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

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