Quel 17 marzo 1861

Legge 17 marzo 1861

VITTORIO EMANUELE II

PER GRAZIA DI DIO

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME
DUCA DI SAVOIA, DI GENOVA, ECC., ECC., ECC.

PRINCIPE DI PIEMONTE, ECC., ECC.

Il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato,

Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Articolo unico.

Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e pei suoi successori il titolo di Re d’Italia.

Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserta nella raccolta degli atti dal Governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Torino addì 17 marzo 1861.

VITTORIO EMANUELE

 

Due  giorni dopo le Idi di marzo e a ridosso dell’equinozio di primavera il Risorgimento partoriva l’Unità d’Italia, la bandiera nel fasciatoio per la neonata creatura era il tricolore col verde delle valli, le nevi delle montagne grumose del sangue rosso dei soldati, era quel drappo di seta cucito da una patriota nel quadro di Odoardo Borrani, 26 aprile 1859, inizio della II guerra d’Indipendenza.  Su quella banda di candido bianco si affaccerà lo scudo crociato dei Savoia perché V. Emanuele II fu poi riconosciuto padre naturale della bambina appena nata, tale resterà all’anagrafe dei libri di storia sfogliati sui vecchi banchi neri delle elementari, almeno fino al ‘46 quando fu imposto il cambio della guardia al Quirinale.

Quel corpicino non era tutto intero, la spalla nord orientale era rimasta nell’utero degli Asburgo, Roma rinchiusa nel convento a espiare la rivolta mazziniana della Repubblica romana, ghigliottinata dai francesi lasciando l’amaro in bocca al duo del ‘48 Marx-Engels.

Ci vorrà altro sangue per cucire il Veneto e una porzione di Friuli alla bandiera nazionale con la III guerra d’Indipendenza del 1866 seguita da un referendum pop,  poi la breccia di Porta Pia nel 1870 con tanto di scomunica comminata ai Savoia preceduta dal pre-democristiano non expedit (non conviene) dell’arroccata Santa Sede.

La Grande Guerra, bastonata da Vittorio Feltri al pari della storiografia marxista, fu vinta per un fazzoletto di terra costato centinaia di migliaia di morti, una vittoria mutilata dalla Conferenza di pace di Versailles da dove Orlando e Sonnino tornarono coi fichi secchi. La politica del compromesso tradì un popolo neonato che aveva dato alla Patria la meglio gioventù del Paese e chi se ne frega se quei soldati ammassati nelle trincee facevano fatica a capirsi per dialetto e costumi, la vita l’avevan gettata oltre l’ostacolo per costruire una grande Casa comune.

Fermiamoci qui, il resto è noia dei vinti assurti a vincitori, pagine scritte da fumiganti intellettuali proni alla traccia dettata dai partiti nati nel secondo dopoguerra, un mantra di banali luoghi comuni ruminati sui libri di storia da chi non ha versato una goccia di rosso sangue.

Già perché il rosso d’oggi ha assunto significati ben distanti dal sangue dei ribelli liberali o socialisti, dalle divise dei garibaldini a basso costo come i camici dei macellai uruguagi, è più che altro il colore della vergogna che compare sulle gote della bella Italia tornata “serva, di dolore ostello/nave senza nocchiere in gran tempesta/non donna di province, ma bordello!” quella sferzata amara più che mai attuale scritta da papà Dante fra i mantovani Sordello e Virgilio nel Canto VI del Purgatorio.

Sfogliando le prime pagine dei quotidiani-sbadiglio (pagati dai contribuenti), specchi deformanti della coscienza di un popolo chiuso, come Pellico, nelle proprie prigioni,  non c’è traccia della ricorrenza chiusa in cul de sac, da draghi pensionati, Cassandre in camice bianco, giullari demenziali, contenitori media di supponenti opinionisti, politici co’ l’orecchio appiccicato al portone di Bruxelles a spiare quanto si dicono Merkel-Macron sui vaccini, proni e pronti con la siringa in mano.

Beh un discorsetto di circostanza, a onor del vero, c’è stato, farcito di concetti scontati, sciorinati  in salsa green, l’ha  tenuto l’inquilino del Quirinale col consueto grigiore di temi inzuppati nel bromuro dell’omelia di circostanza, ce la faremo tutti insieme a uscir  dalla trincea se saremo uniti, coesi, in alto la speranza nella vittoria contro il virus giallo, vedrete post bellum il futuro tornerà radioso se…se..., ma nessun accenno ai padri nobili della Patria, a quel Risorgimento assai mal visto dagli intellettuali quanto dai sacrestani col turibolo scippati di Roma, degli ombrelloni clericali a Ostia, rinnegato dai meridionali quanto dai padani nostalgici dei crucchi, in questo Marx e Nietzsche davvero si sono dati la mano.

Caustico da soda il commento di Vittorio Feltri sui 160 anni dell’Unità d’Italia, fu solo una chimera inseguita e voluta da una minoranza di borghesucci del ceto medio (oggi in eclissi), un’élite sradicata dal contesto cultural-socio-economico del Paese, motivo per cui il Risorgimento non è entrato nelle vene fino al cuore  del popolo. La vaccinazione dagli -ismi oggettivamente è fallita, non c’è stato né c’è un collante capace di tenere saldi i pezzi di una Nazione sfarinatasi nell’individualismo...  i Pisan veder Lucca non ponno , siamo rimasti nell’Inferno dei Comuni, confinati lì da secoli per vernacoli, usi, costumi, gastronomia e rivalità da cortile carcerario.

Va assai di moda in questo Paesello (tale è, provincia d’Europa e non Patria) la lagna trasversale contro tutto e tutti, l’analisi sfascista tanto cara a chi, impotente a progettare e difendere una  terra comune, si chiude al cesso, unica sua fonte d’ ispirazione, è l’io stitico a ragionar del noi, ama austriaci e briganti, si masturba sul trono degli Asburgo o dei Borbone, spara a vanvera come quel carro armato ch’ha fatto strage di galline, vuole l’autonomia ma in fondo ama lo straniero in ossequio a secoli d’ untuoso servilismo, è il Paese dei renitenti ad amare e servire la Patria.

Eppure la mia generazione s’innamorava dell’Italia ascoltando la maestra o il maestro (genere ormai estinto) trasmetterci le gesta eroiche della nostra risorgenza, Patres Patriae erano presenti come Lari delle case, nei quadri appesi al muro, il Mazzini pensoso, il Re a cavallo coi baffi a manubrio lo sguardo acuto del condottiero, Garibaldi guerrigliero col suo berretto da fumo, poesie recitate in grembiule “eran trecento, eran giovani e forti,  e sono morti” di Luigi Mercantini, il girotondo delle bimbe canticchiando la battaglia di Magenta, epopea nazionale  nei libri illustrati di storia in V elementare, gli eroi incontrati per le strade, le piazze, i monumenti in bronzo, non c’è paese dove l’eroe dei due Mondi non abbia posato il capo almeno una notte, lapidi orgogliose, busti, moschetti, bandiere ben stirate riposte, cimeli dell’ultima polvere calda del romanticismo italiano, io respiravo Italia dalla scuola a casa passando per la romana via Palestro (ricordo della vittoriosa battaglia del 1859).

Oh certo molto meglio i borghesucci in armi sulle barricate che i depressi nihilisti confinati nell’io, meglio i futuristi d’assalto per la “cretina “ guerra che i mammoli sospiranti al chiaror della luna, meglio i ragazzi di Salò e perché no delle brigate partigiane che gli ignavi nascosti negli armadi.

W quell’Italia.


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Editoriale

 

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Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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