Le borgate dell'Arte [1]: Primavalle

(In foto: Murales in via Giuseppe Mezzofanti civico 1- Raccontami una storia di Luis Gomez de Taran ispirato ad una scena del film “Europa ‘51” di Roberto Rossellini girato a Primavalle)

Roma attaccata alla flebo della chemio, metastasi sul corpo d’ una dea, un elenco lungo più dei grani d’ un rosario, inutile, scontato, recitare a memoria i suoi misteri dolorosi. Il 360 passa alla fermata, tuffa le gomme in una buca d’acqua, è SPLASH sui calzoni del mio amico Mario che l’ aspetta, è solo un esempio. C’è la rassegnazione romana che ha un nome disincanto, eppure c’è del buono anche nel marcio, non l’acqua della pozza di certo ma un’arte che fiorisce sopra i muri. Le borgate ufficiali del fascismo sono 12 come gli apostoli o meglio come le tribù d’Israele in cerca di un tetto e di una terra. Sono tutte implose nel degrado, Scherwood di conflitti sociali, droga, criminalità minuta o meglio organizzata, un brodo di giuggiole per il cucchiaio della lotta di classe, unica leva per gli emarginati. Fatto sta che proprio in quelle marane stagnanti si aprono le ninfee, non quelle famosissime di C. Monet ma degli artisti murali che le firmano sovente con pseudonimi. Nel 2015 fu pubblicata una mappa della Street Art a Roma, numeri importanti che conferiscono  la medaglia d’oro d’Europa alla bella Addormentata sui rifiuti. Non solo Colosseo,  Campidoglio e Vaticano ma anche un tour nelle “mantellate” della periferia, un itinerario forte alla scoperta d’ una città nel bosco delle palazzine, è intonaco la corteccia su cui graffiare Cupido sopra i muri. Primavalle fu negli anni ’20 una favela rurale, solo baracche di diseredati, nel ’31 il Governatorato tirò su le celebri casette bianche, tutte a un piano, povere di materiali ma dignitose, per povertà di soldi vi aggiunse i dormitori. Dal ’36 l’Ifacp mise in cantiere una “borgata giardino” inaugurata ufficialmente nel ’39, voleva essere un modello pilota d’ edilizia popolare da copia e incolla sulle altre periferie. Poi col dopoguerra tra demolizioni di manufatti obsoleti, nuove costruzioni intensive, il borgo si scioglieva nella minestra del mattone, perdeva storia, identità comunitaria, quella che i murales oggi vogliono recuperare. Negli ultimi anni Primavalle può gonfiare il petto, fiera di una galleria d’arte  all’aperto partorita da un poeta di quartiere ( “il Poeta del nulla”), la pinacoteca sono le pareti dei palazzi, i percorsi le sue strada fino a toccare un luogo gotico d’ atmosfere, di dolore: S. Maria della Pietà dove Mario Schifano trascorse qualche anno. Dai graffitari onanisti delle tags siamo  all’arte murale aperta ( quella del manifesto  di Sironi del ‘33  ), l’arte per il popolo, album di centinaia di immagini, romanzo iconico a pennelli e bombolette per narrare la biografia collettiva della borgata, simboli, memoria condivisa,  su temi forti selezionati però solo dalla riva sinistra. Mostre, convegni, musica, letteratura, persino un festival sulla Street Art, l’Associazione Muracci nostri ha coinvolto tutti, dai disoccupati ai commercianti, sottoproletariato e middle class, per spalancare le porte del quartiere ai pellegrini con la Canon al collo o semplicemente con un cellulare. Primavalle in pochi anni ha salito in fretta e furia la scala a chiocciola del Parnaso delle borgate, adesso è lassù, in alto e si gode il posto di Regina. Tanti gli artisti di fama impegnati da Luis Gomez de Teran a Flavio Solo e poi Franco Durelli, MauPan, Omino 71, Carlo Lommi, Evita Andujar e tanti altri fino al “Bansky australiano” Fintan Magee con la sua bambina che colora una casa popolare a via Numai.

I muri spigolano sulla memoria del quartiere ma c’è un racconto volutamente rimosso, il rogo di Primavalle quando nell’aprile del ’73 Virgilio e Stefano Mattei arsero vivi, un omicidio politico impunito che pesa tanto, eccome, sulla coscienza, non fu la stessa cosa dell’incendio che distrusse il mitico cinema Luxor.


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Editoriale

 

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