I crociati del nulla

In alcuni ambienti di destra, identitari o conservatori che dir si voglia, all’indomani di ogni attentato terroristico assistiamo al solito copione: oltre a definire con il termine islamico azioni criminali che nulla hanno a che vedere con l’Islam (come i recenti, orribili fatti di Vienna), si lanciano roboanti appelli per mettere in luce l’incompatibilità della religione islamica con i “nostri valori”. Ora, se ciò avvenisse tra le fila dei progressisti nessuno si stupirebbe; ma che tutto questo avvenga tra coloro i quali – almeno a parole – si ergono a difesa dei valori tradizionali lascia a dir poco allibiti.

Innanzitutto quali sono i valori dell’Occidente odierno? L’aborto al nono mese di gravidanza? Le cliniche dove si cambia il sesso ai bambini di otto anni? Le pratiche eugenetiche e transumaniste che sempre più si fanno largo nei Paesi cosiddetti civili, dove ormai si parla apertamente degli anziani e dei disabili come di vite non degne di essere curate? La virtualizzazione della società e dei rapporti umani, a suon di smart working, didattica a distanza, cybersesso? Oggi più che mai è necessario essere conservatori, ma bisogna avere ben chiaro non solo che cosa sia degno di essere conservato, ma soprattutto comprendere se nelle condizioni attuali in cui versa l’Europa ci sia qualcosa da difendere e tramandare. In realtà ci accorgiamo, molto spesso, che dietro la retorica tradizionalista di questi novelli crociati si nasconde uno strenuo attaccamento ai valori della modernità, cioè l’individualismo, il laicismo, il materialismo in tutte le sue forme. Ci si appella all’Illuminismo, alla Rivoluzione francese, alla democrazia, al liberalismo fino a reclamare, di recente, un presunto diritto alla blasfemia mascherato da libertà di espressione (la quale, beninteso, non vale quando si parla delle categorie “protette” del pensiero unico); e di contro si ravvisa nell’Islam una religione fanatica, oscurantista e intollerante, senza rendersi  conto che le tragedie del nostro tempo sono la conseguenza di secoli di materialismo, secoli che hanno visto un’inesorabile oblio del sacro e di ogni legame con la visione tradizionale.

L’uomo moderno, e ancor di più quello postmoderno, si è emancipato unicamente dalla forma humanitatis, arrivando a concepire ideologie e modi di vita che le civiltà tradizionali potevano immaginare solo per le forme più brute ed elementari di esistenza. Il mondo divenuto adulto – per adoperare l’immagine di Bonhoeffer – è soltanto decrepito e moribondo, perché ha divelto le sue radici e dunque non può far altro che andare alla deriva, privo com’è di un centro. Quella che noi definiamo emancipazione non è che la progressiva atrofizzazione delle facoltà intellettuali, un ottundimento che ci ha ridotti a vivere “di solo pane”, in un mondo letteralmente insignificante e orfano della bellezza. Certo, nessuno vuole negare che l’Islam – come tutte le religioni – non sia interessato da fenomeni di degenerazione e non viva conflitti e contraddizioni al suo interno, poiché se l’essenza di una tradizione spirituale è inalterabile e fuori della presa delle contingenze storiche, le sue forme esteriori non possono sfuggire alla decadenza ciclica che caratterizza ogni cosa. Ma resta il fatto che chi si riconosce nei valori tradizionali e aspira a conservarli, non può vedere un nemico in chi prega e ricorda Dio cinque volte al giorno, in chi digiuna, in chi si sforza per conformare la sua vita a princìpi di pace, verità e giustizia, in chi vede in ogni cosa i segni del Creatore. Semmai il nemico dovrebbe essere quell’insieme di forze sovversive che stanno sfigurando l’uomo, fino a renderlo irriconoscibile, arrivando a vagheggiare l’avvento del postumano; che hanno consegnato il destino dei popoli alle agenzie di rating, ai capricci del mercato finanziario, al dogma dell’austerità economica; che distruggono ogni giorno identità, culture, tradizioni, per sacrificare tutto sull’altare della mercificazione e dell’omologazione.

Coloro che si appellano alla tradizione dovrebbero fare fronte comune contro tali forze, e non provare ostilità per coloro che la tradizione la vivono e la praticano ogni giorno; e capire che se c’è qualcosa da salvare non è certo quel mondo che i media, i giganti del tecnocapitalismo e gli intellettuali-influencer al soldo del grande capitale definiscono il migliore (nonché l’unico) dei mondi possibili. Non si possono avversare le follie di quello che Michel Onfray ha giustamente definito il nichilismo progressista, e al contempo ergersi a difensori di quelle ideologie che ne rappresentano l’origine. Se siamo arrivati al punto in cui si può parlare – come se si trattasse della cosa più normale del mondo, e come troviamo profetizzato nei più cupi romanzi distopici – di utero artificiale, di maternità surrogata, di compravendita di bambini e di ovuli, in definitiva della necessità, come chiedono a gran voce i circoli più “illuminati”, di desacralizzare la vita e il corpo umano, e di considerare quest’ultimo un oggetto tra gli altri suscettibile di essere manipolato e “migliorato”, è proprio perché l’Occidente è preda di un’irrefrenabile cupio dissolvi, che lo ha portato ad abbracciare ideologie nemiche della vita, della bellezza e della verità, oltre che del sacro.

Consapevoli del fatto che l’uomo, come ci ricorda Dostoevskij, “non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo. Siamo tutti idolatri, non atei”.


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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