Scuola di Pensiero Forte [91]: i meccanismi teoretici del potere: la manipolazione [1]

Terzo meccanismo teoretico del potere che prendiamo in considerazione è la manipolazione. Con questo termine indichiamo la capacità di ottenere che uno o più soggetti si conformino alla nostra volontà mediante l’uso strategico di un’arte o di una abilità, senza implicare necessariamente forme di violenza e/o coercizione.

Il primo tipo di manipolazione si basa, al pari della coercizione, sul fatto che gli agenti hanno desideri fissi e preferenze costanti che strutturano tali desideri. La forma più semplice e ovvia è l’induzione o allettamento, vale a dire la capacità di raggiungere i propri scopi o di assicurarsi la propria posizione avanzando delle offerte, corrompendo, estorcendo, subornando o cooptando altri soggetti. Similmente alla coercizione, l’induzione può non andare a buon fine qualora i desideri e le preferenze degli agenti siano diversi da quelli previsti. L’induzione può entrare in funzione anche attraverso la creazione di nuovi desideri e preferenze, piuttosto che modificando quelli già esistenti.

La manipolazione è conosciuta e messa in atto dai governanti da tempi immemori, trasformando i potenziali co-operatori in collaboratori. Il classico divide et impera dei latini, cioè “dividi e comanda”, in base al quale dividendo è più facile comandare, una divisione che vale per qualsiasi ambito. Della analizzata manipolazione esistono svariate tecniche, compendiate nella cosiddetta erestetica, ossia la capacità di un agente di indurre altri a coalizzarsi o a stringere alleanze con lui strutturando il mondo in modo da assicurarsi la vittoria, studiate in lungo e in largo nel corso dei secoli e persino codificate nella riflessione di molte dottrine politiche.

Una prima tecnica è costituita dal controllo sull’ordine del giorno: la possibilità di determinare quali questioni debbano essere decise, in che modo e in quale ordine, consente di realizzare ordini del giorno che indirizzano la vittoria di alternative differenti. Si tratta di un controllo sui risultati del processo decisionale, assumendo una data distribuzione di ordinamenti delle preferenze sulla base di previsioni realistiche circa le strategie di voto dei soggetti coinvolti. Un esempio eloquente è riportato da Plinio il Giovane[1], il quale cercò, senza successo, di mettere in atto questa tecnica. Plinio era pretore e si trovò ad affrontare il caso di un gruppo di liberti accusati in Senato di aver ucciso il console Afranio Destro. I senatori avevano tre alternative: proscioglimento(P), condanna all’esilio(E), condanna a morte(M); erano schierati in tre gruppi, con gli ordinamenti delle preferenze: favorevoli al proscioglimento PEM al 45%; favorevoli all’esilio EPM 35%; favorevoli alla pena di morte MEP 20%. La condanna all’esilio rappresentava l’alternativa vittoriosa in qualsiasi testa a testa, con una chiara maggioranza sulle altre due. Plinio, favorevole anch’egli al proscioglimento, cercò di assicurarsi questo risultato insistendo sull’adozione di una procedura ternaria, cioè facendo schierare i senatori in tre gruppi e dichiarando vincitore quello con il massimo numero di voti per la prima preferenza. Se ciò avesse funzionato, il controllo sull’ordine del giorno avrebbe determinato il proscioglimento degli imputati per omicidio.

Una seconda tecnica è quella del voto strategico, nella quale i votanti si servono della risorsa rappresentata dal proprio voto per sconfiggere un vincitore apparentemente certo, oppure per contrastare un atto di controllo sull’ordine del giorno. Votare in modo strategico significa abbandonare l’alternativa preferita quando è possibile sconfiggere un avversario e guadagnare qualcosa per sé optando per la seconda scelta. Nel caso di Plinio citato prima, ad esempio, i senatori favorevoli alla pena di morte passarono dalla parte di quelli favorevoli all’esilio, facendo fallire la manovra di Plinio.

Terza tecnica è la manipolazione delle dimensioni e degli aspetti della decisione, vale a dire la modifica dei termini della questione su cui ci si confronta con l’avversario, alterando così una posizione di equilibrio in cui quest’ultimo ha una effettiva maggioranza. Esempio per spiegare è l’episodio in cui Abraham Lincoln nel 1858 dovette affrontare Stephen Douglas, noto senatore democratico in carica, durante la campagna per l’elezione dei candidati all’assemblea legislativa dell’Illinois. Lincoln, domandando al suo avversario se le assemblee legislative territoriali potevano abolire lo schiavismo, spostò l’attenzione dalla dimensione economica su cui i democratici potevano vincere con maggioranza, alla questione dello schiavismo, motivo di rottura fra sudisti e nordisti: se Douglas avessi risposto affermativamente, avrebbe guadagnato l’Illinois perdendo però la carica presidenziale.

 

 

[1] Cfr. Plinio il Giovane, Epistolario, libro VIII, lettera XIV.


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