La finanziarizzazione del potere

Forse è questo il tema più delicato da trattare, per le sue implicazioni e per le sue conseguenze. Infatti i detentori del potere oggi non sono identificabili, sono un insieme di società, per lo più rette da prestanome anche di prestigio, neutralizzando i quali, non risolveresti nulla, data la totale spersonalizzazione di queste scatole cinesi dietro le quali si nascondono una serie di magnati e di inqualificabili oppressori. Eppure eliminare lo strapotere della finanza e dei suoi manipolatori sarebbe teoricamente molto semplice, basterebbero due leggine o, meglio, due articoli di legge, uno sulla moneta e l’altro sul mercato azionario, per destabilizzarlo totalmente. Il potere finanziario si regge tutto sulle carte; siano esse cartamoneta, azioni, obbligazioni o derivati sempre e soltanto carte sono. Della moneta abbiamo già parlato nel numero precedente, rimane il mercato azionario, con tutti gli annessi e connessi, che è un cancro che ha distrutto nazioni, che crea povertà e destabilizza interi continenti. Sin da ragazzo mi sono sempre chiesto perché, se una società emette una serie di azioni che rappresentano quote di capitale della società stessa, queste azioni debbano avere un loro mercato che prescinde dall’andamento commerciale della società stessa. Mi sembra un paradosso e un non senso, tanto è vero che talvolta il mercato azionario ha fatto fallire società produttive ed ha tenuto in vita società improduttive. Eppure così è. Allora, anche in questo caso basterebbe fare una leggina che escludesse il mercato borsistico e facesse seguire alle azioni il valore autentico della società sottostante. In tal modo il potere finanziario andrebbe in pensione. Troppo semplice! Una cosa del genere scatenerebbe la terza guerra mondiale con l’uso anche di armi atomiche perché purtroppo il potere, criminale come è, (basta vedere come affama i popoli del mondo, le transumanze bestiali di esseri umani che produce, i bambini che muoiono di malattie e di fame nei mercati che non interessano) non avrebbe scrupoli a fare strage di innocenti per difendere i propri privilegi. Ecco perché è fondamentale fare azioni graduali per lo sganciamento da questo potere criminale e liberticida, prima vietando i titoli tossici, poi ponendo delle ferree regole di controllo, poi tassando pesantemente le plusvalenze, vietando le grosse concentrazioni ed i monopoli, favorendo in tutti i modi l’attività produttiva rispetto alla speculazione finanziaria. Fondamentale è capire esattamente qual è l’obiettivo e imbastire una politica europea che ridimensioni questo potere e lo riduca a semplice speculazione sotto il controllo delle leggi.


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Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

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La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

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