Scuola di Pensiero Forte [88]: il problema del potere

Raggiunta la comprensione delle strutture della società, è opportuno spendere qualche parola in più sul potere, come prima annunciato.

Partendo da una considerazione più filosofica, il potere è qualunque facoltà di compiere azioni, manifestazione immediata della personalità, e quindi capacità, possibilità, facoltà relativa al fare qualcosa. Sotto il profilo scientifico, non meno importante, il potere è una certa proprietà di un corpo o di un sistema, talvolta con valore soltanto qualitativo, ma più spesso con una precisa determinazione quantitativa.

Abbiamo già citato il Sofista di Platone, dove si dice che il potere è la definizione dell’essere, vero e proprio tratto distintivo dell’esistenza reale, che ci riporta quindi a guarda a ciò che l’uomo è, al suo stesso essere. A differenza dei pensatori moderni e post-moderni, gli antichi conservano un legame diretto con l’aspetto trascendentale dell’uomo, e questo ci risulta molto utile perché è, in realtà, la spiegazione legittimante di tutti i pensatori successivi. Se, infatti, il potere non fosse un qualcosa di legato all’essere, non avrebbe tanta importanza per l’essere umano, non varrebbe quanto esso vale. Eppure, tutta la Storia ci testimonia che il potere è sempre stato uno dei massimi desideri, aspirazioni ed opere concrete realizzate da tutta l’umanità, senza distinzione alcuna di tempo, luogo o struttura sociale e culturale. Da questo riconoscimento che possiamo dire essere fondante per l’antropologia, discendono poi, per uso di ragione, le svariate riflessioni attorno al potere e al modo in cui esso viene declinato nella vita sociale.

Ci domandiamo per prima cosa quale sia il fine del potere. Seguendo la logica fino ad ora adottata, cioè quella della teleologia politica, dobbiamo dire che anche il potere è naturalmente diretto verso lo stesso obiettivo. In questo senso, esso, in quanto manifestazione dell’essere della persona umana, è indisgiungibile da essa, e pertanto è buono nella misura in cui la natura è volta al Bene, cioè sempre. Accade però che il potere sia quell’aspetto che più di tutti versa al male, nel momento in cui l’uomo compie il male. Ecco che prendono luogo le degenerazioni del potere. La più conosciuta, tanto da diventare un motto degli antichi, è divide et impera, cioè “dividi e comanda”: attraverso il potere, l’uomo compie l’opera di divisione, che è contraria all’unificazione. Secondo le tradizioni filosofiche, ma anche religiose, unificare è proprio del Bene, dividere è proprio del male. È evidente che il potere, in questo altro senso in cui lo consideriamo, ci appare un po’ meno felice di quanto pensassimo. In realtà, il potere non è male in sé, anche perché essendo definizione dell’essere giungeremmo a dire che l’essere è male in sé, una cosa alquanto stupida per una infinità di ragioni che non è la sede adatta per riportarle (rimandiamo ai più elementari studi di Filosofia sull’argomento); è male nella misura in cui è usato per il male, è orientato ad esso. Un male che è tale per l’uomo in sé, singolarmente considerato, e per tutta la società. Non servono particolari esempi per accorgersi di quanto il potere sia, in questo nostro mondo attuale, un problema non da poco: guerre, divisioni, lotte fratricide, devastazione del pianeta, e chi più ne ha più ne metta. Non è però il potere in sé ad essere malato, ma l’uomo; il potere preso nella sua originaria funzione e natura è volto al Bene, così come tutta la persona umana e ciò che vi è nel mondo intero.

Vi è del buono e del cattivo: quello che ci interessa approfondire è, dunque, quanto di buono possiamo “salvare” e quel che di cattivo dobbiamo lasciare nella costruzione del nostro Pensiero. Lo faremo analizzando i meccanismi del potere, la sua origine pragmatica, le relazioni di potere e la sua applicazione politica.

 


Editoriale

 

Le chiavi di casa

Di Adriano Tilgher

Le abbiamo perse nel 1945 quando abbiamo perso la guerra e da allora non siamo più riusciti ad ottenerle. È sempre stato il sogno di noi adolescenti possedere le chiavi di casa e quando le abbiamo ottenute ci siamo subito sentiti più adulti. Purtroppo noi, come popolo, le abbiamo perse in seguito a quella disastrosa guerra che qualcuno ha anche provato a dire che abbiamo vinto per il vergognoso cambio di casacca. Qualcuno potrebbe obiettare che è inutile rivangare polemiche antiche; ma è proprio metabolizzando gli errori del passato che possiamo rivitalizzare la nostra identità comunitaria ormai perduta.

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La Spina nel Fianco

 

Don't look up

24 dicembre, dopo una sparuta presenza nelle sale cinematografiche esce sulla piattaforma Netflix il nuovo film di Adam McKay, regista e sceneggiatore statunitense famoso per pellicole particolarmente feroci contro l' "American way of life". Il Film «Don’t look up», (non guardare in alto) è interpretato da un cast stellare che include divi del calibro di Meryl Streep e Leonardo Di Caprio. La trama inserisce la produzione nel genere catastrofico, (Allarme Spoiler) 2 scienziati, la dottoranda in astronomia Kate Dibiasky ed Il suo professore, Randall Mindy, scoprono casualmente l'esistenza di un asteroide non identificato. Calcolandone la traiettoria, si accorgono che il corpo celeste colpirà in pieno la terra in circa sei mesi e che le sue dimensioni sono tali da comportare l’estinzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta. I due insieme ad un funzionario governativo si recheranno alla Casa Bianca per cercare di evitare la catastrofe, ma la presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean, (Mary Streep) ispirata ad Hillary Clinton, (sulla scrivania dello Studio Ovale vediamo una foto che la ritrae abbracciata a Clinton), non ha alcuna intenzione di occuparsene in quanto presa dai suoi calcoli elettorali. Impone, pertanto, di mantenere segreta la notizia.

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