Il Leviatano della dittatura sanitaria

Ci troviamo nel bel mezzo di una riorganizzazione verticistica ed autoritaria del sistema globalista, il quale aveva cominciato a perdere consenso presso le masse riplebeizzate e sofferenti, che con i loro guaiti, come diceva Giulietto Chiesa, cercano una rivendicazione attraverso il sovranismo, il populismo, forme spesso incoerenti ma indice del palese disagio della post-modernità globalista. Ebbene, questa sterzata autoritaria serve a far sì che la classe dominante mantenga il dominio, riconfermando lo status quo senza il consenso del popolo.

La nuova configurazione di regime sanitario e terapeutico si lascia inquadrare nel modello proposto da un classico della letteratura filosofica politica della modernità, il Leviatano di Thomas Hobbes, nel quale possiamo rintracciare degli spunti utili per comprendere il nostro tempo. Stiamo passando da un sistema capital-globalista permissivo e consumistico ad uno autoritario, nel quale il controllo totale dei sudditi è il leit motiv ricorrente, che deve mettere fuori legge qualsiasi forma persino del precedente modello, fatto di narcisismo edonista e consumo sfrenato nell’annichilimento della persona. Il modello cessa di essere quello del consumatore anarchico per divenire quello del suddito descritto da Hobbes, che rinuncia cioè a tutto pur di veder garantite la sua salute e la sua sicurezza. Affinché possa prevalere questo modello hobbesiano, occorre riproporre una condizione analoga a quella descritta nel libro del filosofo inglese: la pandemia del covid-19. Nello stato di natura, ciascuno è un potenziale lupo pronto a mangiare il prossimo (homo homini lupus, diceva Hobbes); trasponendo nelle recenti vicende, ogni individuo è un potenziale untore diffusore del virus (homo homini virus, diremmo oggi); si ha di fatto un regresso allo stato di vita precedente alla politica, nel quale vige il caos, e per uscirne risulta necessario garantire una soluzione.

Quando la vita è la posta in palio accade che gli uomini siano disposti a cedere tutte le libertà pur di vedere salva la vita stessa. Ed è proprio su questa paura che sorge dagli abissi dei mari il Leviatano, diabolico mostro pronto a divorare chiunque non osi sottostare ai suoi comandi. Perché il nuovo mostro sanitario possa, quindi, operare a pieno regime – e regime è la parola più adatta – la paura è necessaria e deve stabilirsi quale regola di tutta la vita sociale. L’altro, il mio prossimo, torna ad essere visto come un nemico, un virus appunto (anche se non dimostra di essere tale), dal quale fuggire via o peggio ancora verso il quale combattere, disintegrando così gli elementi fondanti della vita comunitaria; egualmente viene imposto l’isolamento del singolo per evitare il contagio dell’altro, di ciò che l’altro ha in sé, o meglio di chi è in sé. La mascherina, oltre a essere il marchio del nuovo docile suddito, è anche la spia che ci ricorda in ogni istante che noi stessi e chi ci sta intorno siamo potenziali contagiati e contagiatori, “asintomatici” portatori del male.

Lo status di natura della dittatura sanitaria post-pendemia è, proprio come diceva Hobbes, un cielo in assetto di temporale pronto a riversare piogge e fulmini da un momento all’altro. Il solo modo per salvarsi è una limitazione generale della libertà, la quale in condizioni normali sarebbe certamente non accettata ed anzi combattuta con forza, mentre viene invece ora accolta di buon grado, addirittura con contentezza. Di fatto, è in questo modo che potrebbe essere cristallizzato definitivamente il teorema securitario: quanto maggiore è la libertà, tanto minore è la sicurezza; viceversa tanto maggiore è la sicurezza, tanto minore deve essere la libertà. Grazie ad una narrazione gestita scrupolosamente dei dominatori dell’informazione unica, si diffonde dappertutto la paura e sotto questa minaccia permanente le persone si sentono disposte a controfirmare il nuovo patto di assoggettamento, un vero e proprio contratto fra il despota e il suddito, decreto di lenta eutanasia della libertà e della felicità dell’esistenza.

Isolati come atomi, distanziati dagli altri e sempre più da noi stessi, nella persistente negazione categorica della relazionalità che è elemento imprescindibile della vita umana, il nuovo ordine dittatoriale sanitario ci incatena alle uniche relazioni descritte come non pericolose, vale a dire quelle elettroniche, che fingono di metterci in comunicazione col mondo intero, lasciandoci in verità nel dramma della più vuota solitudine esistenziale davanti agli schermi di computer e smartphone.

Il Leviatano vuole dominare incontrastato, ma teme una ed una cosa soltanto: il potere dei sudditi, i quali potrebbero destarsi al sonno della ragione che ha generato il mostro che è, riscoprirsi persone libere e dotate di forza, così da riprendersi il controllo della propria esistenza, incatenando nuovamente negli abissi il mostro e ristabilendo la libertà e la vita politica volta alla realizzazione del bene comune.

A noi la scelta. Vogliamo essere il prossimo pasto del mostro oppure sconfiggerlo per la nostra libertà?


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Editoriale

 

L’attacco alla scuola

di Adriano Tilgher

La prima vittima dell’attacco all’integrità del nostro popolo è la scuola.

Noi eravamo orgogliosi della nostra scuola, del tipo di formazione che dava ai nostri giovani, della qualità dei quadri che ne venivano fuori in tutti i campi e in tutti i settori, del senso critico, della libertà di pensiero profondo, delle capacità di analisi, di sintesi dei nostri giovani che permetteva loro di emergere ovunque si applicassero ed ovunque andassero.  La nostra scuola era ammirata e studiata da tutti e questo era uno dei principali elementi di invidia nei nostri confronti.

Infatti, quando l’Italia ha perso la guerra, le nazioni vincitrici ed i loro complici di casa nostra hanno iniziato a picconare tutte le colonne portanti del nostro incommensurabile patrimonio culturale materiale ed immateriale e prima fra tutte la scuola. Non è un caso che la prima sovranità che è stata messa sotto attacco è stata quella culturale.

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La Spina nel Fianco

 

TSO di Stato

Fano, Istituto Tecnico Commerciale Adriano Olivetti, una scuola che vanta una storia secolare, apprendiamo dal sito ufficiale che è operativo dal lontano 1861, circa un secolo dopo alla morte di Adriano Olivetti, prenderà l’attuale nome in memoria del grande imprenditore Italiano, che si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale devesse essere reinvestito a beneficio della comunità.

Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, e fra produzione e cultura, idee maturate da quelle di Rudolf Steiner. (Vi sono dei riscontri di finanziamenti a movimenti steineriani ed alla stampa antroposofica). Dal sito ufficiale apprendiamo che l'istituto: “offre grandi spazi in cui imparare, divertirsi ed osservare il mondo circostante. (..) La missione dell’Istituto Olivetti è (..) essere innovativi e sapere insegnare alla nuova generazione come affrontare il mondo del lavoro e la realtà di tutti i giorni. (..)”.

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