La via dei trai: l' eroina di Rimini

“Non so che viso avesse, nemmeno come si chiamava” canta l’inizio della locomotiva di F. Guccini, la ballata dell’anarco-macchinista finito suicida su un binario morto. E’ il 1 ottobre 1944, il Corriere della Sera ci riporta ben altra storia che inizia con l’ingresso a Rimini d’una pattuglia dell’esercito alleato, sono ragazzi dell’acero canadese. Si muovono guardinghi tra i  mucchi di macerie mentre dal mare continuano a tuonare i cannoni, gli aerei solcano da corvi la città dei Malatesta, il fumo acre è l’espiro di rovine, arduo orientarsi per la via Emilia. All’improvviso, dietro un mucchio di calcinacci, scorgono un’ombra, pare una donna, qualcuno lesto lancia una granata, ma la giovane è sempre lì a braccia alzate. La circondano armi in pugno, lei è uno straccio di povere, ma è bella, robusta, giovane forse perché” gli eroi son tutti giovani e belli”. Non le chiedono il nome, che importa, forse ha vent’ anni. Uno le domanda in francese dov’è la via Emilia, quasi fossero turisti spaesati, la ragazza con la mano gli fa cenno verso via dei Trai. Confabulano sospettosi tra di loro ma decidono d’accettare l’indicazione, allora la giovinetta  gesticolando col braccio li invita a seguirla. Della pattuglia fanno parte anche due soldati tedeschi prigionieri, in tutto sono ventidue. La bruna popolana, lacera, sporca ma assai fiera è davanti, dietro ha i fucili spianati, si volta ogni tanto sbirciando i prigionieri, ammicca qualcosa, un segnale: via dei Trai non porta alla via Emilia   ma dritta al mare, l’hanno capito sboccia un sorriso d’intesa.

La ragazza cammina spedita tra macerie e arbusti di pini abbattuti, ancora qualche stridìo di passi poi BUUUMMM, un’esplosione improvvisa, assordante, densa di nero s’alza una nube, schizzano in aria cose e carne. Al chetarsi dello scoppio, restano morti i canadesi, solo i prigionieri sono sopravvissuti e uno s’accosta tentoni  alla ragazza.  Lei ha le gambe staccate di netto dalla mina, il sangue è un ruscello tra le macerie, sussurra: “sapevo che qui c’era un campo di mine…vi ho condotto gli inglesi perché sono stata violentata da due Australiani in una casa colonica dove ci eravamo rifugiati…ho seguito questa pattuglia…volevo vendicarmi…non sapevo come…la sorte mi ha favorita. Ho vendicato il mio onore.” Poi spira raccogliendo un bacio del soldato quando è già fredda. Il tedesco darà testimonianza del fatto al giornale rammaricandosi di non averle carpito il nome, lei resterà, come nella canzone, un’eroina senza volto né generalità, sarà l’eroina di Rimini.

Ezra Pound le dedicherà il Canto LXXX   “Cavalcanti”


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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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