Morte dell’arte, e degli ideali

Nella stagione estiva le masse, intrappolate nell’ozio frenetico dell’estate, sprofondano nelle suadenti acque salate, simbolo della psiche non ancora redenta, e così si lasciano sfuggire i segni che questo tempo, con paterna insistenza, continuamente propone. In questi giorni, si è consumata la deriva di un progetto politico dal breve transito, e questo potrebbe portare a scenari davvero inquietanti; tuttavia le suddette masse non sanno cogliere i risvolti profondi e tantomeno prepararsi alle contromisure, anzi, tutt’altro! Preoccupate soltanto di restare a galla sperano che la corrente non gli sia contraria e restii a qualunque mossa subitanea e ispirata, si contentano di non affondare. E si badi bene che per masse intendiamo tutti coloro che in una maniera o nell’altra vivono pienamente integrati nella modernità o anche solo in qualche suo aspetto! Ma procediamo per gradi.

«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia, o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei».

Così si legge nel tredicesimo capitolo del libro dell’Apocalisse. Tre volte il numero 6, tre volte il numero dell’uomo, creato appunto nel sesto giorno. Premesso che i significati di tale testo, come dell’intera Scrittura, sono molteplici e complementari, e i più misteriosi e prolifici vanno sempre ricercati penetrandone i simboli, è senz’altro di stringente interesse il fatto che vengano associate due immagini come il marchio dell’uomo senza più alcuna dimensione verticale, ma ridotto a pura essenza animale e psichica – il 666 – e l’atto del comprare e vendere, ultima falsa libertà del grande mercato infernale. Del resto, l’uomo che si è eletto a Dio e ha inabissato le sue facoltà più alte a strumenti di falsa conoscenza, perenne eccitazione e spasmodico agire, non può che trasformare la sua casa in un mercato. Qui vige la legge dello scambio e della contrattazione, del compromesso e dell’interesse personale, l’omologazione conquista inesorabile il trono a spese della genuina creatività e gli ideali sono sotterrati come cenere ormai spenta.

E allor ci preme di parlare trepidanti dell’arte e del suo ruolo “salvifico”: ruolo a cui, ahimè, essa pare aver abdicato da tempo. L’arte è attività sacra. La sua materia principale è il simbolo, richiamo verso le realtà che qui intravediamo solamente «come in uno specchio». Fine ultimo dell’arte è manifestare il senso profondo della Vita - e di ciascuna Vita - mostrando attraverso l’armonia delle forme e dei suoni, le misteriose leggi che governano l’universo tutto. Essa non è spiegazione, ma nemmeno semplice sentimento; essa è invero una piccola epifania. E l’effetto che essa suscita su chi ha la giusta disposizione interiore è di alleggerire l’anima preparandola così all’incontro finale.

L’arte ha sempre “giocato” con l’Eterno, e le derive sociologiche, politiche, o esistenziali sono soltanto marcescenza di questi tempi ultimi. Derive che, esaltate dalla stoltezza dei moderni, privano l’arte del suo precipuo fine, della sua misteriosa utilità. Essa è infatti l’unica fra le attività dell’uomo che si rivolge esclusivamente all’ideale; da quest’ultimo sgorga e a quest’ultimo fa ritorno. Certamente anche l’atto speculativo o la meditazione mirano al medesimo scopo, e anche in modo più diretto, ma l’arte plasma la materia, si fa atto visibile, concreto, sociale nel suo significato più comune. Il vero artista è inabitato dal daimon creatore. La sua arte diviene perciò anche monito e sprone costante per l’umanità per ricercare, per quanto possibile, l’ideale in ogni faccenda mondana, il senso ultimo, nascosto sotto la coltre delle apparenze.

Se vi è un’epoca che, per quanto sommersa di artisti, è priva di genuina arte, è questa. Se vi è un’epoca che non riesce neppure più a pensare per ideali, figuriamoci quindi a farsi agire da essi, è questa. Questa è l’epoca del grande mercato, dove tutto è contratto e accordo, dove nulla si rischia perché la consuetudine del presente è sempre meglio di un futuro tutto da scrivere. È l’epoca dove i saggi che vagano tra le rovine del mondo, vengono additati come pazzi profeti di sventura.

In questo scenario politico e sociale di disarmante gravità ci si barcamena tra frasi di circostanza e richiami al “moderatismo” pur di non rompere i legacci a cui siamo docilmente assuefatti. Servirebbero altresì eroi, sapienti e geni, mentre ci inginocchiamo davanti ai mediocri. Siamo una massa che non sa farsi popolo. Senza vera arte si muore, e noi forse abbiamo già chiuso gli occhi.


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 2

di Adriano Tilgher

Abbiamo definito, nell’articolo del 10 novembre, le modalità di risveglio e ripresa delle capacità intrinseche del nostro popolo, da me definite come patrimonio immateriale, la cui conservazione e trasmissione alle nuove generazioni è ancora possibile, nonostante sia sotto attacco da parte di potenze straniere che utilizzano traditori nostrani, frequentemente allocati anche in ruoli di governo. Questa definizione è fondamentale perché chiarisce le prime cose da realizzare immediatamente, ovvero salvaguardare e trasferire quell’enorme patrimonio impalpabile ma di straordinaria potenza, per riacquistare per l’Italia quel ruolo fondamentale che ci è stato assegnato dalla storia e dalla collocazione geografica.

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La Spina nel Fianco

 

The Damiano Horror Picture Show

Novembre del 1974, due ragazzi Brad e Janet partecipano al matrimonio di amici, al termine del quale Brad chiede a Janet di sposarlo. Lei accetta e decidono di comunicare questa loro decisione al loro mentore, ed ex docente universitario, il Dr. Scott. I due partono in auto per recarsi all'abitazione dell'insegnante. Durante il tragitto però vengono colpiti da un forte temporale e si perdono nei boschi, per giunta bucheranno una gomma, proprio mentre all'autoradio ascoltano la voce di Nixon che annuncia le proprie dimissioni da presidente degli Stati Uniti. Abbandonata la vettura seguono le luci di un'abitazione lontana, luci che scopriranno appartenere ad un castello. Vengono accolti da due domestici il maggiordomo Riff Raff, e la domestica Magenta, e accompagnati nel salone principale dove è in corso una festa. Janet spaventata chiederà di andarsene, quando le musiche si interrompono per l'arrivo del padrone di casa il dottor Frank-N-Furter. Questo è l'incipit del Cult Movie "The Rocky Horror Picture Show", diretto da Jim Sharman e tratto dall'omonimo spettacolo teatrale di Richard O'Brien, che qui ricoprirà anche il ruolo di sceneggiatore e di interprete nel ruolo di Riff Raff. Nella classifica dei migliori "cult movies" della storia del cinema, stilata nel 2003 dalla rivista "Entertainment Weekly", "The Rocky Horror Picture Show", si piazza al primo posto. Nel 2005 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

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