La serenità del professor Goffredo Coppola

Coniugare la nobiltà dello studio con l’aristocrazia degli ideali. Rara dote. Lo seppe il professore Goffredo Coppola, studioso di pregio in lettere classiche autore di libri – fra cui la biografia di Augusto – docente e rettore dell’università di Bologna in tempi tristi di guerra civile, fedelissimo di Mussolini e fidente nel Fascismo tanto da essere fucilato il 28 aprile del ’45 lungo la spalletta del lago di Como, condividendo la sorte con Alessandro Pavolini Nicola Bombacci e gli altri gerarchi. E lo scempio di Piazzale Loreto, la grata del benzinaio la fossa comune a Musocco. Infine il fratello Mario che recupera il corpo con il consenso di tanta parte del Senato Accademico perché abbia degna sepoltura là dove aveva compiuto l’apice della carriera universitaria.                         

Annota, in un articolo apparso sul Meridiano d’Italia del 2 febbraio ‘47, il giornalista Gian Gino Pellegrini, mischiatosi alla folla dopo essere sfuggito alla cattura, avendo assistito alla fucilazione a Dongo, riferendosi a Coppola: “...fissa l’asfalto ai suoi piedi estraniato in una profonda meditazione”. Le sfocate sequenze di un filmato, le foto sono eloquenti testimonianze di uomini consapevoli di morire e di saper morire. Per fedeltà ad un Uomo; per coerenza ad un Ideale.                                                                      

Un riscontro lo troviamo in Itinerario tragico (1943-1945) di Giorgio Pini. Squadrista direttore de L’Assalto e poi de Il Resto del Carlino, dicembre del ’36 caporedattore de Il Popolo d’Italia. Milano, 23 aprile, Mussolini si sta predisponendo di lasciare la città e andare incontro al proprio destino. Ultimo appuntamento con la storia. Scrive: “Trovai Goffredo Coppola che non aveva completamente perduta la sua speranza in una estrema ripresa, ma mi ripeté che ad un crollo totale non sarebbe sopravvissuto. Da tempo egli collegava la sua sorte personale al risultato della lotta che volgeva all’epilogo. Vi era in lui una mistica risoluzione per la quale non poteva concepire di restare superstite allo sfacelo di ideali, di situazioni e di strutture che coincidevano con il suo mondo spirituale. Sicché ebbe lucido il presentimento della morte che lo raggiunse a Dongo”.                                                                                                  

Cosa aggiungere? Di lui ebbe a dire Bruno Spampanato, incontratolo sempre a Milano un mese prima “...è sereno, mai sereno come allora”. Ci possiamo solo domandare che fine ha fatto la tempra di certi uomini, uomini atti a far coincidere sé stessi e il proprio ideale di vita senza mai scindersi quale alibi. Ad averne memoria – nostalgia (quel “tornare a casa con dolore”, come suggerisce Heidegger) – forse non ci rende migliori, di certo però ci fa sentire inadeguati in questo mondo di nani.


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