Giovani e volontariato

Io personalmente non credo nella reale capacità di intervento del volontariato nei campi in cui attualmente si esplica; infatti per me il volontariato ha un senso solo se è collegato ad un concreto impegno politico e sociale, altrimenti diventa un mero sostituirsi allo stato che non è in grado di assolvere alle proprie funzioni. Uno stato di questo genere non ha alcun diritto di esistere perché è la negazione di se stesso. Un volontariato che, invece di combatterlo, aiuta questo stato in disfacimento diventa pericoloso perché perpetua questa sistematica eliminazione degli elementi base per la sopravvivenza di un popolo.

Il riflusso delle più valide energie dei nostri giovani nel volontariato è il segno più evidente della resa senza condizioni nei confronti di tutte quelle forze che hanno generato il malessere di cui parliamo. Queste energie devono tornare all’impegno civile e politico per poi fare di questi sforzi nel volontariato l’ asse portante del nuovo stato che dobbiamo andare a disegnare e costruire.

Il volontariato, che è impegno civile, deve diventare anche impegno politico per tornare a vedere nella politica, non lo strumento di sfruttamento ed asservimento dei popoli, come oggi soprattutto in Italia, ma la formula disinteressata per contrastare, mediare e riequilibrare il potere dei forti con la forza del numero.

Per tutto questo dobbiamo tornare a promuovere, soprattutto a livello giovanile, tutte quelle attività formative che potenzino il senso della comunità e della solidarietà e diano libero sfogo a quelle istanze innate nell’uomo di ricerca del bene comune.

Penso alla rivalutazione di tutti gli elementi che fanno risorgere o emergere sin da bambini la passione per la propria storia, per la propria cultura, per la lingua italiana, che è stato il primo e più importante coagulo della nostra identità.

Credo nel valore educativo e formativo dello sport dilettantistico e di popolo, quelle forme che abbinano allo spirito agonistico e competitivo, il senso di appartenenza al gruppo, alla comunità; quelle forme che portano a sciamare in modo ordinato e composto , nelle città o nelle campagne, gruppi numerosi e disciplinati di persone con l’obiettivo di arrivare primi ma nel rispetto delle regole e degli altri: orientamento, marce, corse…

Ricostruire una gioventù sana, forte, competitiva, consapevole delle proprie forze, formata nei valori essenziali, legata alla sua storia, alla sua terra può diventare una valida classe dirigente per il futuro che elimini nel medio periodo i guasti degli squallidi pescecani dell’era del liberismo, un’era che sta tramontando, un’era che deve finire al più presto.


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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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