Identità e conflitto

Le nostre già opulente società, stanche e invecchiate, temono sopra ogni cosa il conflitto e per evitarlo sono disposte ad ogni cedimento. Come è tipico di chi sente di non avere più forze reattive, si è disposti ad accettare qualsiasi stupro della propria civiltà pur di non dover affrontare lo scontro e, per quel tipico movimento psicologico che Freud ha chiamato razionalizzazione a posteriori, si elabora una narrazione in cui gli elementi patogeni e dissolventi sono elevati a principi di alta umanità cui tendere.

Per una sorta di sindrome di Stoccolma che risale già al dopoguerra, le società europee si sono innamorate dei loro sequestratori. Condizione essenziale per sostenere quest’impianto (auto)distruttivo è la negazione dell’identità. L’identità, infatti, porta con sé necessariamente il conflitto, perché se si è qualcosa ci si contrappone inevitabilmente a chi è altro da noi.

Ovviamente il conflitto non significa, almeno non necessariamente, scontro violento oppure odio verso il diverso e chiusura in sé stessi. Al contrario, il conflitto è elemento potremmo dire dialettico attraverso il quale comporre una sintesi superiore a partire da una tesi e da un’antitesi; è piuttosto l’unico modo che l’umanità ha storicamente conosciuto per sviluppare la propria civiltà. La riprova la si possiede invigilando sé stessi e osservando come ogni nostra conquista personale sia stata l’esito di un conflitto, dal quale siamo usciti, non importa se vincenti o meno, comunque più forti.

Ora, negare l’identità al fine di evitare il conflitto genera necessariamente un cedimento delle strutture fondamentali della forme dell’umano: la società diventa liquida, la cultura si priva di contenuti per diventare mero intrattenimento o sollecitazione di emozioni, la famiglia si disperde nelle relazioni più diverse, lo Stato perde legittimità e quindi autorevolezza, l’individuo non ha più punti di riferimento e diventa facile preda delle pressioni esterne che consentono di manipolarlo, di indirizzarlo verso le mete maggiormente funzionali ai poteri mondialistici.

Tutto questo, non è infatti causale. Solo per un verso è un logico prodotto di una civiltà senescente, per un altro, e maggiore, è un prodotto per certi versi economico: la standardizzazione dell’uomo è infatti conseguente alla standardizzazione dei prodotti, non solo materiali. Perciò è necessario negare all’uomo la possibilità di esercitare scelte libere pur dandogli l’illusione che tutto sia possibile. La più grande illusione o inganno della rivoluzione francese è stata quella di proclamare uguaglianza e libertà come se potessero costituire un unico sintagma e non siano piuttosto negazioni irriducibili l’una dell’altra.


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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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