L'Eurasia diventa il fulcro della geopolitica mondiale

Dopo la ritirata degli Stati Uniti dall'Afghanistan, siamo ancora lontani dall'analizzare tutte le conseguenze che si aprono sulla scena internazionale.

Uno degli effetti più significativi è quello della definitiva fine dell'illusione  del "nuovo secolo americano" che gli strateghi statunitensi avevano predetto quando pianificarono la "guerra al terrore" (dopo l'11 Settembre) come  pretesto per prendere il controllo dell'Asia occidentale e del Medio Oriente, disarticolando almeno sette paesi in cinque anni, dall'Afghanistan all'Iraq, dalla Siria allo Yemen, passando per la Libia, la Somalia e arrivando all'obiettivo finale: l'Iran.

Questo era il piano dell'Aministrazione di George Bush nel 2001 che fu rivelato dal generale Wesley Clark e da informazioni filtrate dal Pentagono.

Il piano è sostanzialmente fallito ma la destabilizzazione di quei paesi, le centinaia di migliaia di vittime e le distruzioni causate dagli interventi di Washington e dei suoi alleati sono lì a testimonianza dei crimini commessi.

Ci sarà tempo per analizzare le evidenti collusioni degli Stati Uniti e dei loro alleati, in primis Regno Unito e Israele, con l'emergere del terrorismo jihaddista.

Il focus, che si apre oggi, con la nuova situazione determinatasi in Afghanistan, riguarda il nuovo assetto dell'Eurasia e su chi avrà il dominio di quell'area, fulcro del continente asiatico.

La principale questione, che viene messa all'attenzione delle grandi potenze, è il pericolo paventato di una enclave di terrorismo jihadista che si possa costituire nel centro dell'Asia, con il califfato dei talebani che hanno preso il potere a Kabul. Questo pericolo ha portato Russia e Cina, le principali potenze euroasiatiche, a rinsaldare la loro alleanza per prendere il controllo della situazione in Afghanistan ed evitare il propagarsi di gruppi terroristici.

Superfluo dire che questo sia stato il vero calcolo geopolitico fatto da Washington nel decidere di abbandonare l’Afghanistan, lasciando circa 85 miliardi di armamenti nelle mani dei talebani.

Già in passato l’intelligence cinese aveva individuato  gruppi  jihadisti cinesi, appartenenti al gruppo terrorista dell'ETIM, addestrati dall’allora comandante statunitense in Iraq, David Petraeus.

E’ suonato l'allarme a Pechino quando il segretario di Stato americano Michael Pompeo ha rimosso l’ETIM dalla lista delle organizzazioni terroristiche nel dicembre 2020. Questo gruppo ha organizzato una serie di attacchi terroristici che hanno scioccato la Cina e il resto del mondo. Si ricordano l’assalto al Golden Water Bridge del 28 ottobre a Pechino nel 2013, il violento attacco del 1 marzo a Kunming e la bomba del 30 aprile che ha ucciso tre persone e ferito 79 alla stazione ferroviaria sud di Urumqi, nel 2014.

Il principale obiettivo della politica USA oggi è contenere la Cina, il più pericoloso competitor sulla scena internazionale, e ostacolare il suo progetto della Belton Road con l'Afghanistan che controlla il corridoio verso l'Iran e l'Iraq.

Altrettanto interesse mantiene la Russia nell'evitare una destabilizzazione jihadista dell'Asia occidentale che potrebbe infettare come un virus le popolazioni mussulmane della Federazione Russa.

Questo spiega la forte determinazione di Putin di rinsaldare la cooperazione fra Russia e Cina. Non è una coincidenza che in questo periodo siano iniziate le esercitazioni militari congiunte tra forze russe e cinesi nel nord della Cina.

Le fonti hanno informato che “le esercitazioni… dimostreranno la ferma determinazione dei due paesi per salvaguardare congiuntamente la sicurezza e la stabilità internazionali e regionali”.

Se il piano dell'Impero USA era quello di seminare il caos in Asia, tale piano potrebbe produrre un effetto contrario agli interessi di Washington. Anche questa volta gli americani potrebbero aver sbagliato i loro calcoli.

 

Immagine: https://www.laguida.it/


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