Il neocolonialismo e il risveglio dei popoli

Il tratto distintivo della politica egemonica condotta dagli Stati Uniti d’America e dai suoi satelliti (Regno Unito e Francia)  negli ultimi 50 anni si può individuare nella forma del neocolonialismo moderno.

Alcuni autori individuano nel Neocolonialismo  un   sistema di dominazione originariamente  imposto sui paesi di recente indipendenza, ovvero mediante una politica realizzata dalle elite di potere occidentali con strumenti tecno finanziari nuovi ed occultati alle masse.

Questa forma di dominazione consente di consolidare il sistema capitalista e liberista, massimizzare lo sfruttamento delle risorse dei paesi e mantenere l’influenza economica, politica e militare su di essi. Questi stati rimangono formalmente indipendenti ma sostanzialmente sono controllati dall’esterno.

L’obiettivo del neocolonialismo non si concretizza soltanto nella necessità di controllare economicamente e politicamente i paesi sottoposti ma considera anche come essenziale esercitare il controllo culturale delle popolazioni dipendenti. Si tratta di un processo che si ottiene mediante il massiccio utilizzo dei media e dei centri di educazione, nonché dell’industria culturale sottoponendo questi paesi  ad un bombardamento di pubblicità, filmografia, musica, canzoni, tendenti al condizionamento degli stili di vita consumistici e perfino delle abitudini alimentari.

Una volta che questi prodotti si siano impiantati nel mercato, si produce una dipendenza commerciale, tecnologica e culturale da questi beni.  Fondamentale nel realizzare la dominazione neocoloniale è il ruolo delle classi politiche al potere in questi paesi, che devono garantire la stabilità economica del paese, l’osservanza delle regole imposte, l’esecuzione delle riforme strutturali favorevoli alla continuità del sistema dominante.

Nella loro politica neocoloniale, gli Stati Uniti ed i loro satelliti si appoggiano agli organismi finanziari internazionali, come il FMI, la Banca Mondiale, il WTO, la Oms, le agenzie dell’ONU, ecc.  che servono da strumenti di penetrazione, dominazione e controllo degli stati sottoposti che vengono subordinati alle direttive emesse da questi organismi in modo da costituire una garanzia degli interessi del grande capitale transnazionale. La struttura dello stato subordinato alla dominazione neocoloniale viene organizzata per assicurare lo sfruttamento delle risorse alle grandi corporations multinazionali a cui vengono dati in concessione i beni dopo opportune forme di privatizzazione imposte ai governi, a causa dell’indebitamento con gli organismi finanziari.

Se necessario l’elite di potere USA è ricorsa ad interventi militari o a "rivoluzioni colorate" e "primavere arabe" per ottenere in forma indiretta il controllo politico dei paesi non conformi al suo dominio neocoloniale.

Questo processo è di fatto quello applicato, nel corso degli ultimi decenni, dagli Stati Uniti ai paesi dell’Asia, Latino America ed Africa per ottenere il controllo delle popolazioni, in buona parte ancora in corso, se pure contrastato da altre potenze emergenti, la Cina in primis che, con la sua penetrazione economica, è un forte fattore di disturbo rispetto al neocolonialismo di marca USA; infatti offre non solo prodotti ma anche finanziamento di infrastrutture senza pretendere di imporre il proprio sistema politico.

Una serie di paesi hanno fiutato l’inganno ed hanno avanzato richieste di indipendenza non solo politica ed economica ma hanno rivendicato anche la difesa delle proprie culture originarie, delle proprie forme religiose e tradizioni storiche. Questo è accaduto nel mondo arabo, con la resistenza della Siria, del Libano, in Iran, Indonesia, Bolivia, Cuba, Venezuela.

Il grande gioco dell’Imperialismo globalista, che ha spostato capitali e produzione in tutto il mondo dove maggiore è stata la sua convenienza, è quello di soffocare le culture e le comunità per assimilare questi paesi alla sua dominazione, utilizzando tutti gli strumenti di cui detiene il controllo. Il risveglio di istanze identitarie dei popoli rappresenta una grande sfida alla dominazione globalista.

Questo scontro epico della nostra epoca investe anche l’Europa che potrebbe giocare un ruolo di primaria importanza nel facilitare questo risveglio delle culture e trainare verso una nuova prospettiva di civilizzazione.


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Editoriale

 

La politica

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Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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