La Cina: il nuovo nemico dell'ordine globale USA

Da sempre l’imperialismo USA ha cercato di indicare un nemico esterno per poter giustificare la sua politica di espansione e di assoggettamento degli altri paesi, mascherata come una "mission" che gli Stati Uniti (e le potenze anglosassoni), avrebbero ricevuto dall'alto. Questo faceva parte del bagaglio ideologico primatista/calvinista con implicita una pretesa superiorità dei popoli anglosassoni sul resto dell'umanità.

Nella storia moderna il nemico di quello che si definisce "ordine democratico americano" è stato indicato, vuoi negli Imperi Centrali in Europa (presidente Wilson 1917), vuoi nella Germania nazista (presidente Rooswelt 1940), vuoi nell'URSS vittoriosa alla fine della seconda guerra mondiale, vuoi nel mondo islamico, dopo gli attentati dell'11 settembre 2011.

Quando un nemico manca, l’America se lo crea.

La Cina, con la sua enorme espansione economica, sta fornendo agli USA il pretesto che cercavano per indicare un nuovo nemico e richiedere, in funzione della minaccia cinese, la coesione degli sforzi dei propri alleati.

Non è un caso che il segretario della NATO, Stoltenberg, abbia proclamato, nel corso dell'ultima riunione dell'Alleanza, l'avvento della nuova campagna anticinese.

Washington è preoccupata di perdere la supremazia economica per la crescita della Cina e vede con timore l'espansione dell'influenza cinese nell'area asiatica e in altre regioni del mondo, dall'Africa all'America Latina.

Per questo motivo l'elite di potere dominante in nord America sta studiando il modo di contenere l'espansione cinese usando i soliti sistemi: creare provocazioni e sottoporre a sanzioni  la potenza rivale.

Quando la flotta USA si sposta nell'area del Mar Cinese meridionale (che la Cina reclama come proprie acque territoriali), in realtà compie intrusioni provocatorie in parti del mondo, non sue; aumentando in tal modo le tensioni con il non trascurabile effetto di incremento nella vendita di armamenti made in USA.

Secondo quanto affermato di recente dal comandante delle forze navali congiunte, statunitensi NATO, in Europa e Africa, l’ammiraglio James Foggo: "La NATO non può più ignorare le attività della Cina in Europa". E si è spinto ad affermare che: "Pechino mira a minare l'ordine internazionale basato su regole".

Un’affermazione peraltro risibile visto che proviene da un comandante militare della principale superpotenza che negli ultimi anni ha stracciato tutti gli accordi internazionali, violando ogni tipo di trattato e dimostrando di infischiarsene delle risoluzioni dell'ONU, come nel pretendere di imporre le sue sanzioni economiche con l'obiettivo di strangolare economicamente i paesi considerati non conformi alla sua egemonia (dalla Siria, al Venezuela, all'Iran, al Libano e a Cuba).

In questi ultimi giorni, il presidente Donald Trump, ossessionato dalla minaccia cinese, ha parlato della possibilità di un taglio di tutte le relazioni economiche tra Cina e USA, fingendo di ignorare lo stretto intreccio di interessi tra tutti i paesi nell'era della globalizzazione.

L'ironia della sorte è che sono state le elite economiche degli USA, a suo tempo, a spingere quanto più possibile per lo sviluppo della globalizzazione e per l'ingresso della Cina nel WTO.

Il fattore che ha aggravato la "minaccia" della Cina agli occhi di Washington, è stato la fornitura di aiuti economici ed alimentari che Pechino non ha esitato ad inviare ai paesi sottoposti all'embargo economico di Washington, dalla Siria al Venezuela all'Iran. L'intervento della Cina rischia di vanificare le sanzioni di Washington e di rompere l'ordine globale americano.

Questo per l'elite di potere USA è intollerabile: un’aperta sfida al dominio americano nel mondo.

Alla luce della strategia messa in atto da Washington, il conflitto degli Stati Uniti con la Cina appare inevitabile, solo questione di tempo, considerando l'influenza crescente della Cina sulla scena mondiale e in parallelo l’inevitabile decadenza degli Stati Uniti. Mosca lo ha capito e si prepara ad essere sostegno dell'alleato asiatico.

L'Europa non sembra ancora essere consapevole del momento; a Parigi, Roma, Bruxelles e Berlino si continua a ballare sul ponte del Titanic.


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Editoriale

 

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