Trump svende i territori palestinesi a Israele

"The Deal of Century" americano, lanciato in pompa magna da Donald Trump e dal premier israeliano Netanyahu da Washington, per un possibile accordo di pace israelo-palestinese, è stato come una bomba nello stagno di un conflitto che da oltre 70 anni rappresenta il fulcro delle tensioni fra mondo arabo e Israele.

L'annuncio dato da Trump rischia di creare un nuovo incremento del conflitto.

L'intenzione sarebbe quella di avviare una modifica dei confini in Cisgiordania in modo da legittimare tutte le occupazioni dei territori palestinesi fatte da Israele negli ultimi anni, prevedendo la creazione di un "mini stato" palestinese, fatto a chiazze di territori separati l'uno dall'altro.

Uno stato nominale, disarmato e senza un proprio esercito, privo di sovranità sullo spazio aereo e senza acque territoriali, con la capitale a Gerusalemme est, dove l'America è pronta ad aprire un'ambasciata, sebbene Gerusalemme sia stata definita la "capitale indivisibile" di Israele.

La reazione dei palestinesi è stata di rigetto radicale del piano.

La frase pronunciata da Abul Mazen, l'anziano leader palestinese,"Gerusalemme non è in vendita", ha buone probabilità di entrare nei libri di storia.

Trump ha anche menzionato i $ 50 miliardi che Washington destinerebbe alle necessità di un futuro stato palestinese con finanziamento dell'Arabia Saudita, se i palestinesi accettassero il piano, riconoscendo la proprietà delle terre ad Israele.

Nessuna considerazione per i diritti dei palestinesi riconosciuti dalle tante risoluzioni delle Nazioni Unite e della illegalità delle centinaia di colonie costituite in modo arbitrario da Israele sulle terre palestinesi.

Si nota da vari osservatori che il piano Trump, che rende legali  gli insediamenti di Israele e garantisce l'occupazione perenne della Palestina,  sarà  una ricetta per il disastro.

Questo spiega perché nessun rappresentante palestinese ha partecipato alla presentazione a Washington del piano. Gli unici partecipanti arabi provenivano da quei paesi del Golfo che possono essere considerati clienti americani: il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.

Il fine occulto del piano non è soltanto quello di smantellare il problema della Palestina ma anche di sostenere la rielezione di Netanyahu, grazie al suo coinvolgimento diretto nella "realizzazione di un accordo storico".

L'essenza del progetto di Trump è ridefinire i confini del medio Oriente favorendo l'espansione di Israele con il riconoscimento delle sue annessioni, in Cisgiordania, sul Golan siriano e sulla zona annessa del Libano sud.

Questi sarebbero soltanto i primi passi poiché allo stesso tempo la situazione di Israele si collega ad una ridefinizione anche di altre zone del Medio Oriente, ad iniziare dall'Iraq, dove Washington considera essenziale dividere le zone sunnite e curde dall’Iraq sciita. L'obiettivo è lo stesso che gli USA avevano in Siria, balcanizzare la regione, salvo il fatto che in Siria questo gli è stato impedito a costo di una lunga guerra e di centinaia di migliaia di morti siriani, caduti per difendere il proprio paese.

L'origine del piano di Trump proviene da una serie di progetti di ridistribuzione delle frontiere architettati dalla potenza coloniale britannica in passato. Il momento scelto per renderlo attivo non è casuale. Per la prima volta nella sua storia recente, il Medio Oriente è stato l'epicentro di forti sconvolgimenti geopolitici, con il riaffermarsi di potenze nazionali che avevano dominazione nella regione, dalla Turchia neo Ottomana alla Persia. Washington vuole inoltre tenere lontana la Russia dall’area Medio Orientale.

La tattica degli USA è costringere i palestinesi ad accettare comunque, prendere o lasciare, con una nuova leadership palestinese, opportunamente addomesticata. I dirigenti che si opporranno potranno correre il rischio di trovarsi un drone volante sopra di loro pronto ad eliminarli, come è accaduto al generale Soleimani.


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