Il fallimento del vecchio piano dei Neocon per il Medioriente

 Con l'arrivo dei neocon alla Casa Bianca, nell'epoca dell’Amministrazione di George W. Bush (2001/2009), aveva preso il piede a Washington il piano per il nuovo Medio Oriente che aveva l'obiettivo di riallineare le forze occidentali in Medio Oriente  e limitare l'influenza dell'Iran e dei suoi alleati  nella regione, rafforzando il ruolo di Israele.  Questo piano oggi si dimostra fallito anche se gli USA stanno tentando di incrementare la presenza delle loro truppe in riposta agli ultimi avvenimenti che vedono il rafforzamento dell'Iran.

Nell'epoca dell'Amministrazione Bush, da Washington furono  messi in atto vari progetti di militarizzazione del Medio Oriente  che lo stesso generale Wesley Clark (ex capo di Stato Maggiore delle forze USA)  rivelò nel corso di una celebre intervista in cui riferì che gli USA avevano un piano per attaccare 7 paesi, fra cui l'Iraq,  la Somalia, l'Afghanistan,  la Libia, La Siria, il Libano, lo Yemen, essendo questo  parte di un vecchio progetto già predisposto da tempo. La situazione oggi è cambiata e quel piano, ormai datato, oggi può spiegare le azioni fatte dagli USA ed il loro ruolo distruttivo svolto nella regione ma il contesto è oggi cambiato e il progetto è divenuto obsoleto.  La sconfitta subita in Siria dai proxi, mercenari jihadisti degli USA e dell'Arabia Saudita, con il decisivo intervento delle forze russe, ha fatto cambiare decisamente lo scenario.

 La perdita di influenza degli USA nel nuovo assetto del Medio Oriente è dimostrata plasticamente dai vertici a tre fra la Russia, l'Iran e Turchia che sono diventate il fattore determinante nella regione che ha visto l'estromissione degli USA dal nuovo assetto mediorientale. Iran e Turchia (quest'ultima in fase di uscita dalla NATO) sono entrambe potenze decise a regolamentare le loro questioni facendo affidamento sulla capacità di intervento e di mediazione della Russia, escludendo le interferenze di Washington.

Si è vista di recente la vulnerabilità dell'Arabia S., principale alleato di Washington fra i paesi arabi, che si è dimostrata evidente nelle ultime settimane, con la paralisi di una buona parte delle  installazioni petrolifere saudita a seguito dell'attacco alle sue raffinerie da parte degli Houthi dello Yemen.  La monarchia saudita, nonostante la sua enorme macchina militare, seconda soltanto a quella della Cina per volume di armamenti, si è dimostrata impotente a fronteggiare la guerra nello Yemen in cui è rimasta impantanata da quasi cinque anni.

Il fatto nuovo è l'ingresso della Cina nell'assetto del Medio Oriente, quale superpotenza che, interessata alle fonti energetiche della zona, prende parte alle manovre militari e si schiera decisamente dalla parte dell'Iran.

L’attacco a mezzo droni del 14 Settembre, sulle raffinerie della Aramco, in Arabia Saudita, da parte degli Houthi dello Yemen, segna l’inizio di un cambio del gioco nella regione del Mar Rosso e dello stretto di Bab el Mandeb, dove la Cina dispone della sua prima base miltare extra territoriale (a Gibuti) e dove gli USA, Israele e loro alleati stanno facendo il possibile per contenere la presenza cinese.

Se la situazione militare cambierà a favore degli Houthi dello Yemen, dove si profila la sconfitta dell'Arabia Saudita, questa sarà una opportunità incredibile per il gigante cinese nei suoi sforzi di appoggiare l’asse della Resistenza (Siria, Hezbollah, Iran) e contrastare i tentativi di contenimento da parte degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali contro Pechino.

Gli Stati Uniti ed i loro alleati (Israele in primis) si trovano a dover fronteggiare non soltanto l'influenza iraniana e russa ma anche quella cinese nella regione, visto che Pechino sta stabilendo accordi di cooperazione ed investimenti infrastrutturali in vari paesi del Medio Oriente.

Tutto lascia pensare che la questione Iran non sia la questione di un paese isolato ed emarginato dal contesto delle alleanze internazionali, come vorrebbe far credere l’Amministrazione di Washington. Con l’appoggio di Cina e Russia oggi l’Iran si rivela come una potenza emergente che deve essere tenuta in debita considerazione.

Questo cambio di paradigma in Medio Oriente può spiegare l'improvvisa cautela del presidente Trump che sembra voler tenere a freno le azioni bellicose e sconsiderate dei suoi consiglieri neocon, vista la impossibilità di affrontare una guerra con l'Iran che determinerebbe l'incendio di tutta la regione. Il gigante USA, ancora una volta, nonostante le sue minacce, si rivela quella che Ho Chi Minh definiva una" tigre di carta".


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