Si rivela un bluff la minaccia di una guerra americana contro l'Iran?

Da vari segnali si percepisce che c'è stato un cambio di passo nell'atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti rispetto all'Iran.

Analisti internazionali parlano di un rapporto riservato arrivato sul tavolo del presidente Trump in cui si rivela che gli effetti di un conflitto nel Golfo Persico sarebbero catastrofici in quanto si incendierebbe l’intera regione Medio Orientale, con il blocco dello stretto di Hormuz, ma si produrrebbe anche una crisi economica mondiale con il prezzo del petrolio che schizzerebbe oltre i 300 $ al barile.

Una crisi di questo genere metterebbe in gravi difficoltà gli Stati Uniti ed i loro alleati e definitivamente fuori gioco la rielezione di Trump nel 2020, quale responsabile di tale disastro.

Questo spiegherebbe la retromarcia fatta dallo stesso Trump sull’Iran negli ultimi giorni quando si è dichiarato disponibile ad un incontro con le autorità di Teheran senza precondizioni.

Negli Stati Uniti sono emerse preoccupazioni per le garanzie segrete di protezione date all’Iran dalla Cina e dalla Russia, preoccupazioni che si basano su considerazioni di ordine logistico, poiché la chiusura dello Stretto di Hormuz taglierebbe la Cina dalle forniture petrolifere (sebbene possano essere parzialmente compensate da un aumento delle forniture dalla Russia), ma, sia la Russia che la Cina sono così intrecciate nel sistema del commercio mondiale che, in caso di un collasso di quest’ultimo, le loro economie subirebbero un tracollo per effetto di una grande depressione.

Nel mondo occidentale, gli esperti dicono che la perdita di petrolio provocherebbe un crollo della “bolla” dei derivati ​​finanziari nell’ordine di 2,5 quadrilioni di dollari, facendo precipitare l’economia mondiale in una crisi che potrebbe portare alla disoccupazione e miseria di massa.

Nel rapporto si segnala, anche, l’impossibilità per gli USA di procedere all’invasione dell’Iran ed al controllo dello stretto di Hormuz in quanto i missili antinave russi e cinesi, schierati da tempo lungo la costa dell’Iran, lo renderebbero impossibile. Per ottenere il controllo delle coste dell’Iran, occorrerebbero non i 120.000 uomini di cui parlava il New York Times ma, per lo meno un milione, come lo stesso Trump ha dovuto riconoscere. Per conseguenza di tale rapporto, Trump ha fermato Bolton e Pompeo dai loro propositi bellicosi, con grande astio di Netanyahu e del principe saudita Bin Salman.

L'obiettivo degli strateghi statunitensi è quello di prendere il controllo delle risorse petrolifere mondiali e infatti i due paesi sotto pressione in questa fase sono due dei maggiori produttori petroliferi: l'Iran e il Venezuela.

In caso di conflitto il mercato del greggio sarebbe ulteriormente sconvolto dai danni inflitti dall'Iran agli oleodotti e alle stazioni di pompaggio dell'Arabia Saudita, a tiro dei missili iraniani.

Attualmente, rispetto alla domanda di risorse petrolifere, consideriamo che la Russia controlla 25 milioni di barili / giorno, di cui 11 milioni di petrolio proprio, e 14 milioni sono il petrolio delle sue ex province dell’Asia centrale. I danni della guerra avranno l’effetto di rimuovere altri 22 milioni di barili/ giorno dal mercato. La Cina produce 5 milioni di barili. Questo significa che, attualmente, il 53% della produzione mondiale di petrolio è fuori dal controllo degli Stati Uniti. Qui sta la soluzione alla crisi intorno all’Iran – gli Stati Uniti, secondo il gruppo di potere di Washington, devono assolutamente riprendere il controllo dello Stretto o, in altre parole, il controllo del mondo, che ora è alla mercé di Russia, Cina e Iran.

Una simile guerra porterebbe al collasso degli Stati Uniti, perché la depressione causata dal crollo di 2,5 quadrilioni di derivati ​​causerà una tale confusione negli Stati Uniti che questo paese, se sopravvive, lo farà in una forma completamente nuova – come la Germania dopo il 1933. Il prezzo sarà terribilmente alto.

Tuttavia, nonostante la volontà quasi distensiva di Trump, non si può escludere che la situazione sfugga di mano per l’azione sconsiderata di chi cercherà di creare la scintilla che possa provocare l’incendio. Sappiamo bene che sia il Mossad che il potente servizio di intelligence saudita stanno lavorando esattamente a questo. Il sabotaggio di due petroliere negli Emirati Arabi nella stazione di pompaggio (subito attribuito all’Iran) potrebbe essere stato un primo tentativo, ne seguiranno altri in uno scenario analogo a quello dell’Iraq.

L’Iran però non è l’Iraq, è un paese molto più grande, fortemente armato e più determinato a resistere fino all’ultimo e Putin e Xi Ping non rimarranno con le braccia conserte ad assistere all’ultima “avventura militare” americana. Questa volta sarà diverso, molto diverso.


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