Frustrazione Yemen

Premio Pulitzer 2019 per la fotografia al freelance Lorenzo Tugnoli (Lugo di Romagna, 39 anni), già insignito del Word Press Photo, per i suoi click sul genocidio yemenita pubblicati dal Washington Post. Obiettivo sul cavallo nero della carestia al galoppo nello Yemen azzannato dalla fame, dal colera nel pantano di una guerra civile tra sunniti e sciiti, esplosa virulenta nel 2015 ma in incubazione già dal 2004.

Gli Houthi del nord, sull’onda della primavera araba, insorgono contro il governo di A.R. Mansour Hadi, calano da settentrione fin giù alla capitale Sana’a, assaltano il palazzo presidenziale, Hadi se la svigna in Arabia Saudita invocando aiuto, da lì partono le azioni militari saudite per la reconquista del territorio perduto e della sua governance. Sul palcoscenico scorre la tragedia cainita d’ un conflitto tra i ribelli sciiti ed i sunniti, dietro le quinte fanno capolino l’Iran degli ayatollah (orco per l’Occidente) e l’Arabia Saudita del giovin sovrano Mohammed bin Salman bin Abdulaziz al Saud detto MbS, principe degli intrighi (vedi l’uccisione del dissidente Jamal Khashoggi a Istanbul). Nella pozzanghera di sangue nuotano anche i piranha di al-Qaeda e dell’ISIS salafita, finanziati da sauditi ed Emirati Arabi contro i nemici sciiti.

Ma i burattinai veri della catastrofe umanitaria (definizione ONU) vestono il tight, profumano come puttane, hanno mani di cera per siglare affari d‘armi, la guerra è un business da 110 miliardi di $ per lo zio Sam gendarme della monarchia saudita, ma l’Europa dei mercanti usurai fiuta l’affaire del Bang-Bang vendendo armamenti UK, France, Italia, España in ordine di percentuali. Rifletteva amaro Pavel Florenskij dal Gulag staliniano: “Mi stupisce l’assurdità delle azioni umane che non trovano giustificazione nemmeno nell’egoismo, perché gli uomini agiscono a scapito anche dei propri interessi. Della parte morale non parlo neanche. Dappertutto spergiuri, inganni, uccisioni, servilismi, mancanza di qualsiasi principio.” Aggiungiamo noi: fuorché lo sterco del denaro.

Perché nel dilaniato Yemen, così come in Siria, Afghanistan, Sudan, ecc. le armi servono altri interessi, lo “sfruttamento” (la parola dice tutto) delle risorse d’idrocarburi già in mano a compagnie canadesi, statunitensi, francesi con un rosario di richieste concessionarie che investono anche l’ENI. Papè Satàn, papè Satàn aleppe! Se la rivoluzione degli Houthi dovesse nazionalizzare il tutto cacciando a calci in c…i corvi stranieri, sarebbe un buco di miliardi. Sono sempre gli stessi serpenti quelli che vogliono il controllo del traffico mercantile del golf di Aden che scende e sale dal canale (italiano per progetto) di Suez, gli stessi che gestiscono, dopo averla creata, la crisi umanitaria lavandosi la coscienza cogli aiuti alimentari via SMS (bloccati), gli stessi che già contano i miliardi della ricostruzione quando le armi finiranno negli armadi, dalle macerie fioriranno allora mazzi copiosi di ginestre. Pensate che il 95% dei presidi sanitari è fuori uso, che 20 milioni di persone sono alla fame nera mangiando erba bollita in acqua sporca, mezzo milione di bambini sono scheletri e via, via con tutto il macello che un conflitto genera nonostante le tregue disattese.

L’etica pelosa dei Farisei da tastiera s’interroga sulla moralità di vincer premi prestigiosi vendendo scatti sul corpo martoriato d’un Paese, è forse corretto puntare l’obiettivo indagatore sull’innocenza della fame che di nulla t’interroga, se non d’un pugno di riso, un aiuto muto sgranato negli occhi. Tugnoli risponde, tra l’altro, in un’intervista, di ricercare sempre nel suo lavoro il rispetto dell’altro cercando di cogliere la poesia estinta, quella nascosta nelle piaghe del dolore, quei versi che c’erano prima del conflitto, dei quali sia leggibile ancora qualcosa. Ci rammentiamo allora della lirica di guerra Soldati di Giuseppe Ungaretti: “Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Cadono dai rami senza far rumore, lo Yemen nel silenzio colpevole di tutti si spoglia.


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