Il fattore religioso nelle strategie di dominio della élite anglo-USA

Come molti analisti hanno segnalato, non si può trascurare il fattore religioso negli assetti geopolitici e nei processi di cambiamento che attualmente si stanno producendo negli equilibri mondiali. L’appartenenza religiosa contribuisce in maniera decisiva a rafforzare il senso di identità di un popolo.

Gli Stati Uniti d’America, oggi, e la Gran Bretagna, ai tempi dell’Impero Britannico, hanno sempre fatto leva sulle appartenenze religiose per protrarre il loro dominio.

Fino dai tempi della guerra in Afghanistan contro l’URSS, gli USA hanno sfruttato il radicalismo islamico per rovesciare regimi sgraditi o occupare paesi strategici (dall’Afghanistan all’Iraq). Basta pensare all’utilizzo di Al Qaeda e alla costituzione del cosiddetto Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), per rovesciare i governi e balcanizzare l’area.

La sobillazione venuta dall’esterno ha provocato una serie di conflitti militari in tutto il Medio Oriente, attraverso i quali Washington è riuscita a far cadere un certo numero di figure politiche “autoritarie”, che erano i pilastri della stabilità regionale ma in contrasto con gli interessi di Washington: personaggi come Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Hosni Mubarak (con Bashar al-Assad non sono riusciti) – statisti benvoluti nei loro paesi ma fortemente contrastati dall’Occidente.

Nel processo di destabilizzazione, Washington si è appoggiata sui peggiori stati confessionali dominati dall’ideologia wahabita/salafita, come l’Arabia Saudita, o dei fratelli Mussulmani, (Qatar ) lasciando quei paesi , dall’Iraq, alla Libia, all’ Egitto, alla Siria, in uno stato di disordine costante.

Queste azioni hanno provocato scontri su base religiosa, minacce terroristiche e migrazioni di massa, che si sono rivelate tragiche per i popoli di questi paesi ma anche con effetti molto negativi per l’Unione europea.

Il fattore religioso riconferma il suo aspetto di parametro fondamentale della geopolitica se si osservano le aree di crisi e di conflitto quali l’Ucraina, l’Iraq, la Siria e la Palestina.

L’Ucraina è abitata prevalentemente da popolazioni di fede ortodossa e cattolica; il suo territorio è attraversato dal limes che separa il Cattolicesimo dall’Ortodossia, sicché la parte occidentale, di confessione greco-cattolica (“uniate”), guarda verso l’Europa, mentre quella orientale, ortodossa, si rivolge verso la Russia.

L’ultimo passo che Washington ha compiuto, nella sua strategia geopolitica, è stato spingere il patriarcato ortodosso di Costantinopoli a prendere le distanze dalla Chiesa ortodossa di Mosca al fine di provocare uno scisma in Ucraina.

Questo è avvenuto mediante l’invio di patriarchi ortodossi dal Canada a Kiev per istigarli a rivendicare l’indipendenza della Chiesa ortodossa dell’Ucraina.

Washington è ben consapevole delle conseguenze disastrose che uno scisma all’interno del mondo ortodosso (300 milioni di fedeli) potrebbe portare, nonostante questo ha continuato ad perseguire cinicamente i suoi piani.

La finalità di Washington, era quella di isolare il patriarcato ortodosso di Mosca, notoriamente schierato con la dirigenza russa. Tuttavia, questa crisi non ha provocato un grave deterioramento degli stretti legami tra Russia e Turchia. La Russia ha rifiutato di esprimere pubblicamente la sua irritazione, mentre Ankara proseguirà a stringere i suoi rapporti con Mosca.

Washington vuole creare divisioni fra le comunità religiose anche in paesi dove queste convivevano pacificamente da decenni (come in Siria). Di recente, gli agenti di Washington hanno tentato di innescare una divisione tra le chiese ortodosse del Libano e della Siria facendosi promotori, senza averne alcun titolo, di uno spostamento della sede del patriarca da Damasco a Beirut.

Il fattore religioso è la leva che viene utilizzata per destabilizzare grandi paesi come la Russia, dove coesistono vari popoli e religioni.


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Editoriale

 

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